Viola fra gli Angeli

Dev’esser arrivata fino in Paradiso la crisi se così tanti bimbi vengono chiamati in cielo ad impinguare le schiere di angeli e cherubini nunzianti.

Ed è un annuncio che ci costa molto questo, questo sacrificio di bimbi sulla Terra, ed è la sola cosa che fa sgorgare spontanee le lacrime in chiunque si sia indurito nel cammino della vita.

Viola dicevamo, la bella bimba che di angelo aveva le sembianze, capelli biondi ed occhi chiari come il cielo che ha raggiunto in queste ultime ore.

E viene rabbia a dover usare una metafora usata ed abusata nelle morti giovani. Ma come si fa a non ricorrere ad essa, Viola era un Angelo già in terra, per i famigliari che l’hanno avuta in questi brevi anni. Un Angelo certo per i suoi genitori, per quel “papà” che l’ha generata con quei buoni principi di cui è rappresentante e testimone.

Ma non è solo Viola ad essere sacrificata … tanti bimbi di cui non conosciamo il nome, e a conoscerlo avremmo difficoltà a pronunciare, tanti bimbi che, presi da un andare verso terre promesse, non ci arrivano o ci arrivano solo le loro spoglie.

E le lacrime non chiedono permesso … e la rabbia di non saper far niente per impedire questi sacrifici riempie gli occhi e il cuore.

Ci bastavano gli Angeli di sempre, le schiere d’angeli in festa nei dipinti degli artisti più bravi, nelle rappresentazioni di Cristo in Gloria e di Madonne assunte in cielo, negli annunci del Natale.

Bene e Natale sia ! ma una volta nati, li vorremmo tenere qui fra noi, sulla Terra.

13/12/2015

Wilma Vedruccio

Risveglio fra le scrasce

Ecco !!! Non è una comune foto a cui rispondere “buongiorno” per gentilezza…
Qui si assume lo sguardo proprio delle “scrasce” (piante di rovo ed altre selvatiche) al sorgere del sole.
Quel brillio sulle foglie bagnate dal “sirieno” della notte…
Quello stupore dei fiorellini fuori stagione alla vista della prima luce…
Quell’arrossarsi delle “rosacee” nei boccioli incerti…
Quella luce impastata di vapori…
In questa foto l’anima delle scrasce al risveglio del mattino.”
Foto di Vittotio de Lorenzis
 Screenshot_2015-10-28-08-22-18-1

L’entusiasmo dei colori mi ravvisarono dolcezza di morte- Elio Ria

20151024_151412L’entusiasmo dei colori mi ravvisarono dolcezza di morte Oggi mi sei autunno e me ne compiaccio. Sguazzo fra colori di riflessi che mitigano il ricordo della mia morte d’inverno. Sono di questo fuoco il custode. Come vorrei essere foglia, così bella e attraente, cadere nel vuoto del vento, e per terra condensarmi felice in altra vita di polvere. L’autunno non mi distrae, mi concede peccati di superbia e speranza di futuro senza torture, mi strazio di colori fragili e profumati. Vorrei disperdermi come questa foglia bella in una storia di poesia che sappia disegnare con il compasso dell’immaginazione un esempio straordinario di bellezza. Muoio, ma suggerisco la mia morte come trasportarmi nell’eternità che non è dei poeti ma degli dèi. In quel cielo di colori di giallo, di verde scolorito, di rosso della fatica, di blu degli innamorati, vivo, vivo bene, ci sono finalmente. Potrò scrivere i pregi della bellezza, sarò sincero, giuro di non mentire natura. Sarò amico degli ultimi, di coloro che mi hanno sorriso e salutato, di coloro che non hanno eloquenza. Sarò tutto in me stesso, non limiterò il mio talento, legherò ad ogni parola il colore, il colore che mi fu dato e non seppi riconoscerlo e che ora mi appartiene, mi dà fiducia, sebbene mi fu nuovamente concesso dalla follia della vita. Ho concordanza fra verbo e nome, aggettivo e sostantivo, ho le parole, quelle che mi mancavano adesso sono nelle mie mani, fra i colori di questa foglia che mi diede vita e morte.

Elio Ria

Storie per gioco fra le scrasce

Screenshot_2015-09-29-12-45-17-1 Foto di Maria Luisa Viva

C’era una volta…una bionda fatina che aveva da attraversare un territorio…pieno di scrasce.
Non aveva paura, era intrepida e fiduciosa, per Lei il mondo era fatto tutto di “creature” sorelle.
Nel mentre andava gentile e sorridente, incontrò la magica pianta che l’avrebbe aiutata ad affrontare i pericoli della vita…

La nostra eroina si incantò a guardarla, la sentiva fraterna (eh sì perché non esiste il corrispettivo femminile di questo aggettivo).
Sfiorò le sue foglie e non si punse, vide i fiori così belli,  così fuori stagione, guardò i frutti da vicino, con sguardo miope anche se miope non era.
Sembravano belli e buoni ma Lei non li assaggiò, rispettosa qual era, li fotografò solamente.
Nel mentre era lì incantata a guardare, una farfalla sfacciata le passò davanti e si andò a posare su un fiorellino là più in alto

La farfalla era proprio sfacciata, entrava con la sua proboscide in ogni piccolo fiore, oppure sostava a lungo sulle more molto mature.
La nostra fatina era meravigliata di tanta intraprendenza, fece un gesto brusco per allontanarla e…

…fece un gesto brusco per allontanarla e si fece un graffio sul dorso della mano. Caddero piccolissime stille di rosso sangue sulle foglie del rovo e la cara amica ebbe un piccolo smarrimento. Le scrasce, che in quel tratto erano proprio fitte, la sostennero e lei si ritrovò avviluppata in esse, quasi fosse scrascia pur ella. Guardava passare sopra di sé le nuvole, erano belle, vaporose come i suoi capelli d’oro che una brezza gentile aveva scompigliato quel tanto da farla sembrare una ragazzina. Le solleticava il naso un getto nuovo di rovo che si dondolava al vento, starnutì e si ritrovò libera dall’abbraccio gentile delle scrasce.
Ebbe fame ora che aveva ripreso vigore, si guardò attorno e vide un grappolo di more mature, grasse e scure, lucide e belle, lavate dalla pioggia del giorno prima. Ne portò alle labbra una, presa piano con sole due dita, ne sentì la dolcezza che un pò urticava la lingua, ne prese ancora una e poi un’altra fino a che il grappolino gliene offriva. Si allontanò contenta con quel buon sapore in bocca e le mani rese scure del dolce succo delle more.

Wilma Vedruccio Settembre 2015

LO STIPO/ GLI STIPI

Screenshot_2015-09-17-21-39-28-1 FOTO DI LUIGI PAOLO PATI

Ricavato nella parete delle stanze, profondo un mezzo metro circa, lasciato senza cornice, a vista, intonacato a calce. La base poteva essere una chianca di  pietra calcarea. Diviso da uno o più ripiani di tavole incassate ai lati, imbiancate pur esse.

Si riponevano gli oggetti più disparati, a seconda delle stanze in cui stava.

In cucina era lo spazio ideale per tenerci la bottiglia dell’olio insieme a quella del vino e dell’aceto, il formaggio incerato, il barattolo del sale e quello dello zucchero, fungeva da credenza. Dietro, un po’ nascosta, una ciotolina coi candellini, dell’ultima sposa nel paese, per i piccoli di casa.  In un angolo il lume per la sera.

Fra tutti questo oggetti, a volte, era una cartolina o una foto di parenti lontani, certamente l’immaginetta della Madonnina e del Santo protettore. Piegato in un angolo il ventaglio comprato alla fiera di San Rocco. Contro il caldo e contro le mosche.

Nello stipo della stanza più importante, erano disposte in bella mostra le tazzulelle di caffè con il piattino, i bicchieri di vetro e i bicchierini per il rosolio. Erano decorati finemente, potevano addirittura venire da Murano, dono di un viaggio lontano, fatto in chissà più quali circostanze.

Fra essi prendevano posto le foto, il matrimonio dei genitori, la comunione della bambina,  le foto dei figli militari… Era incorniciato, a volte, da una fascia di pizzo fatto all’uncinetto o al telaio.

Nello stipo della camera da letto potevi avere delle sorprese, trovava posto la bottiglia dello sciroppo e le pastiglie contro il maldicenti, lo scatolino di latta con la siringa per le iniezioni,  il libretto delle preghiere, nero con una croce dorata sulla copertina, ma anche altri libri, vari nell’argomento, una finestra sul mondo che rimaneva lontano. C’era poi, un po’ discosta, la scatola con i ricordini e qualche castigato gioiello. Ricordini ? A ogni famiglia i suoi, i fiori di seta dell’acconciatura di nozze, la croce al merito del soldato di casa, le lettere, poche e preziose legate con un nastrino di raso.

Nello stipo del magazzino era la provvidenza, le capaseddhre, conservavano legumi e frutti secchi. Potevi trovare anche il rosolio o una bottiglia di vino invecchiato, il formaggio invecchiato e duro, duro anche per i topi, da grattugiare a Natale.  C’erano poi i vasetti pieni di semi per il prossimo orto e la provvista del miele in due tre vasetti di vetro.

Infine, nello stipo della stalla, si riponeva la linterna grassa d’olio e col vetro annerito dalla fiammata delle accenzioni della sera. Un coltello, una falce, la forfica per tagliare esuberanze dei peli delle bestie, la coda troppo lunga del cavallo o la lana di una pecora pronta al parto. Sul fondo, annerito anch’esso, l’immagine di Santu Liggiu (Sant’Eligio), protettore degli animali. Un bicchiere smaltato con l’orlo blu e il manico blu anch’esso era lì per ogni evenienza, un gomitolo di ferro filato e uno di spago.

Lo stipo, gli stipi per tenere pronti all’uso gli oggetti che scandivano le ore del giorno nelle diverse attività, contenitori senza pretese di passato e di storie.

Wilma Vedruccio

23/settembre/2015

 

 

 

QUALE BAMBOLOTTO SMARRITO

Quale bambolotto smarrito che la marea ci riporta indietro, il bimbo spiaggiato, con quelle suole in primo piano quasi nuove. Non ha fatto in tempo a consumarle, breve il suo cammino nelle strade della vita.

Il mare non lo ha sciupato, ha avuto rispetto di un cucciolo d’uomo ed il soldato lo ha raccolto dalla battigia, con l’attenzione e la tenerezza riservata ai bimbi appena nati, che ti sfuggono di mano.

Ed è sfuggito di mano il piccolino, non solo al genitore che ora piange disperato, è sfuggito di mano al mondo intero, che pretenderebbe di contenere l’umanità in recinti, in confini stabiliti da ragioni di stato.

Dicevamo della tenerezza…nascosta in fondo in fondo nell’animo di ciascuno, che fatica a risalire in superficie, per la quantità delle ragioni che la tengono da parte, le tante zavorre che vorrebbero far stare a galla l’ego dell’individuo … ecco un’immagine e la tenerezza risale di colpo in ciascuna persona che voglia guardare.

E si apprezza la tenerezza che ha avuto il mare…integro il piccolo nei suoi vestitini, solo di un pallore che non si vorrebbe mai vedere in un bimbo.

E non è il solo…chissà gli altri…no non vogliamo immaginare l’orrore…fa troppo male.

Wilma Vedruccio

4/settembre/2015

Taranta nera e lu rusciu te lu mare

Fin dalla prima nota dal profondo sale qualcosa che era sedimentata chissà dove e gorgoglia attraverso le voci che si alternano nel canto.

Ma non è tanto il canto e la sua storia, che pure è inciso dentro con questa “fija te lu re” che torna in Spagna, forse perché delusa, forse perché traditrice o tradita, chissà…

E’ piuttosto l’incipit della canzone che trasuda nostalgia dalla gola  sia della brava Cinzia Marzo  che dei cantori africani nella loro lingua incompresa e così familiare.Con “ na sira passai te le patule e ntisi le ranocchiule cantare… ca me pariane lu rusciu te lu mare” che ci rimanda a tempi lontanissimi quando il canto delle rane copriva il rumore del mare e la terra era una palude e il mare l’incognita così difficile da affrontare.

Per tutte le genti del Mediterraneo, per chi resta e per chi parte.

E questo cuore che parte con chi va via, portandosi la palma e si rimane con un fiore in mano e senza più cuore.

Ah questa “fija te lu re” che muove tanta nostalgia d’antico, questo gracidar di rane più forte del rumore del mare e le genti da una parte e dall’altra che voglion partire ma restano nella palude oppure partono per mare e si portano via il cuore di coloro che non partiranno.

Ma allora…questa storia, questo canto, così incomprensibili…in salentino e nella lingua Masai…allora è forse una storia di oggi che si ripete e si ripete ogni notte, sì ogni notte , perché ogni notte il gracidio delle rane copre il rumore del mare, dove hanno preso il viaggio tanti figli di re e regine del mondo, e vanno verso una fantomatica Spagna, miraggio d’agognato benessere, dove altre paludi ed altro gracidar di rane attendono i viaggiatori.

Così lentamente capisco l’emozione che mi provoca questo brano, nelle voci che trasudano nostalgia e orgoglio delle origini di Baba Sissoko, Mamani Keita e nella dolcezza ribelle degli Officina Zoè, canto che insegue i fasti di una nobiltà lontana che si è portata via ricchezza e cuore.

Ogni nota di musicista diventa stilla di nostalgia nel riascolto di un brano felice e riuscito se l’intento era condividere, mettere insieme orizzonti e speranze, memoria scordata e sangue, Salento e Africa,  Mediterraneo e Spagna, sponde in cui si mescolano voci di rane che paiono…lu rusciu te lu mare.

Wilma Vedruccio

1/ Maggio / 2014

RODA MIRISTICA’

20150827_094554-1Dare un nome a una rosa… che scommessa oziosa !

Subito si pensa a una donna e allora ecco “ la Signura” . Carla, Marlene, Dea, Regina…

Oppure è il colore che ti ispira ed abbiamo “Semplicemente Orange”, El Narangja, Rosarancio, Arancia di primavera, Arancio Fondente, Essenza del Tramonto.

Poi vengono similitudini e metafore…”Bocciolo di Sole”, Raggio di Sole, Rosa Viva, Abbraccio di Velluto, Solarità, Amore, Luce, Poesia, Tenerezza e Tenacia.

Si guarda infine alle qualità della stessa rosa, al suo tempo di fioritura, e allora avremo “Tea”, Settembrina, Stupenda, Meraviglia della Natura, Semplicemente delicata, Raggiante alfine.

Impossibile la scelta del nome…mettiamo tutte le proposte insieme, in un caleodoscopio di parole, un Grazie agli Amici delle Scrasce che amano giocare  e …”Roda Miristicà” ci piace cantare.

Wilma Vedruccio

28/agosto/2015

 

Fu da questo punto che vide il mare la prima volta il pastorello

Screenshot_2015-08-24-17-11-03Foto di Claire Carlotti

Fu da questo punto che vide il mare la prima volta il pastorello.

Era svezzato da poco, non il più piccolo dei fratelli ma sveglio, sgambettava dietro il gregge con cipiglio, dava un bell’aiuto  nel condurre il gregge al pascolo.

Fu così che si era ritrovato a ridosso della Torre, era salito svelto svelto, saltellando fra un sasso e l’altro, cercando d’anticipare quelle caprette scapestrate  che erano attratte dall’erba sullo strapiombo.

Impegnato nel suo compito non si era reso conto dello scenario che di là si apriva, fino a che alzò lo sguardo… Meraviglia !!!

Gli occhi gli si fecero piccini piccini ed aprì la bocca per lo stupore, era come se il  mare mordesse la terra… fu un momento solo, poi riaccompagnò gli animali al gregge, senza più gridare o lanciar pietre ma con lo stupore negli occhi e una certa confusione nel cuore.

Ora che lo aveva visto desiderava rivederlo ancora, faceva lunghi giri per ritrovare il mare, chiedeva al pastore di ritornare dove erano stati quella volta…ma non osava dire, era il grande segreto che si portava dentro andando dietro al gregge.

Era sempre pronto ad andare, rinunciava ai giochi degli altri fratelli  in masseria, si attaccava alle gambe del pastore e ne anticipava i passi, caracollava avanti e indietro a tener raccolte le pecore, a non smarrire le agnelle, con l’occhio sempre attento a guardare l’orizzonte.

Accadde di ripassar da quelle parti in un giorno di tramontana forte, il piccolo pastore fece di corsa la salita, precipitavano sassi al suo passaggio, non ascoltava i richiami a tornare indietro.

Ansimante era ormai sotto la torre, alzò lo sguardo … ed ebbe paura! Il mare era come la bocca schiumosa del cane di casa quando qualcuno arriva, minacciosa. Non una, mille bocche minacciose che abbaiavano, era come se volessero mangiarsi quelle rocce.

Si fece coraggio e si avvicinò allo strapiombo. Schizzi d’acqua salivano al cielo, si respirava un forte odore di salamastro, il vento se lo voleva portare via… ebbe tanta paura e tornò indietro di corsa, saltando fra una spina di cardo e l’altra, graffiandosi le gambette  nude.

Fu rimproverato quella volta, per essersi allontanato tanto. Gli fece bene il rimprovero, poteva così tenere nascosti dentro di sé il disinganno e la paura che il mare gli aveva procurato, così come a lungo aveva covato il desiderio.

Da quella volta fare il pastore fu per lui solo un compito.

Wilma Vedruccio

24/agosto/2015