Storie per gioco fra le scrasce

Screenshot_2015-09-29-12-45-17-1 Foto di Maria Luisa Viva

C’era una volta…una bionda fatina che aveva da attraversare un territorio…pieno di scrasce.
Non aveva paura, era intrepida e fiduciosa, per Lei il mondo era fatto tutto di “creature” sorelle.
Nel mentre andava gentile e sorridente, incontrò la magica pianta che l’avrebbe aiutata ad affrontare i pericoli della vita…

La nostra eroina si incantò a guardarla, la sentiva fraterna (eh sì perché non esiste il corrispettivo femminile di questo aggettivo).
Sfiorò le sue foglie e non si punse, vide i fiori così belli,  così fuori stagione, guardò i frutti da vicino, con sguardo miope anche se miope non era.
Sembravano belli e buoni ma Lei non li assaggiò, rispettosa qual era, li fotografò solamente.
Nel mentre era lì incantata a guardare, una farfalla sfacciata le passò davanti e si andò a posare su un fiorellino là più in alto

La farfalla era proprio sfacciata, entrava con la sua proboscide in ogni piccolo fiore, oppure sostava a lungo sulle more molto mature.
La nostra fatina era meravigliata di tanta intraprendenza, fece un gesto brusco per allontanarla e…

…fece un gesto brusco per allontanarla e si fece un graffio sul dorso della mano. Caddero piccolissime stille di rosso sangue sulle foglie del rovo e la cara amica ebbe un piccolo smarrimento. Le scrasce, che in quel tratto erano proprio fitte, la sostennero e lei si ritrovò avviluppata in esse, quasi fosse scrascia pur ella. Guardava passare sopra di sé le nuvole, erano belle, vaporose come i suoi capelli d’oro che una brezza gentile aveva scompigliato quel tanto da farla sembrare una ragazzina. Le solleticava il naso un getto nuovo di rovo che si dondolava al vento, starnutì e si ritrovò libera dall’abbraccio gentile delle scrasce.
Ebbe fame ora che aveva ripreso vigore, si guardò attorno e vide un grappolo di more mature, grasse e scure, lucide e belle, lavate dalla pioggia del giorno prima. Ne portò alle labbra una, presa piano con sole due dita, ne sentì la dolcezza che un pò urticava la lingua, ne prese ancora una e poi un’altra fino a che il grappolino gliene offriva. Si allontanò contenta con quel buon sapore in bocca e le mani rese scure del dolce succo delle more.

Wilma Vedruccio Settembre 2015

LO STIPO/ GLI STIPI

Screenshot_2015-09-17-21-39-28-1 FOTO DI LUIGI PAOLO PATI

Ricavato nella parete delle stanze, profondo un mezzo metro circa, lasciato senza cornice, a vista, intonacato a calce. La base poteva essere una chianca di  pietra calcarea. Diviso da uno o più ripiani di tavole incassate ai lati, imbiancate pur esse.

Si riponevano gli oggetti più disparati, a seconda delle stanze in cui stava.

In cucina era lo spazio ideale per tenerci la bottiglia dell’olio insieme a quella del vino e dell’aceto, il formaggio incerato, il barattolo del sale e quello dello zucchero, fungeva da credenza. Dietro, un po’ nascosta, una ciotolina coi candellini, dell’ultima sposa nel paese, per i piccoli di casa.  In un angolo il lume per la sera.

Fra tutti questo oggetti, a volte, era una cartolina o una foto di parenti lontani, certamente l’immaginetta della Madonnina e del Santo protettore. Piegato in un angolo il ventaglio comprato alla fiera di San Rocco. Contro il caldo e contro le mosche.

Nello stipo della stanza più importante, erano disposte in bella mostra le tazzulelle di caffè con il piattino, i bicchieri di vetro e i bicchierini per il rosolio. Erano decorati finemente, potevano addirittura venire da Murano, dono di un viaggio lontano, fatto in chissà più quali circostanze.

Fra essi prendevano posto le foto, il matrimonio dei genitori, la comunione della bambina,  le foto dei figli militari… Era incorniciato, a volte, da una fascia di pizzo fatto all’uncinetto o al telaio.

Nello stipo della camera da letto potevi avere delle sorprese, trovava posto la bottiglia dello sciroppo e le pastiglie contro il maldicenti, lo scatolino di latta con la siringa per le iniezioni,  il libretto delle preghiere, nero con una croce dorata sulla copertina, ma anche altri libri, vari nell’argomento, una finestra sul mondo che rimaneva lontano. C’era poi, un po’ discosta, la scatola con i ricordini e qualche castigato gioiello. Ricordini ? A ogni famiglia i suoi, i fiori di seta dell’acconciatura di nozze, la croce al merito del soldato di casa, le lettere, poche e preziose legate con un nastrino di raso.

Nello stipo del magazzino era la provvidenza, le capaseddhre, conservavano legumi e frutti secchi. Potevi trovare anche il rosolio o una bottiglia di vino invecchiato, il formaggio invecchiato e duro, duro anche per i topi, da grattugiare a Natale.  C’erano poi i vasetti pieni di semi per il prossimo orto e la provvista del miele in due tre vasetti di vetro.

Infine, nello stipo della stalla, si riponeva la linterna grassa d’olio e col vetro annerito dalla fiammata delle accenzioni della sera. Un coltello, una falce, la forfica per tagliare esuberanze dei peli delle bestie, la coda troppo lunga del cavallo o la lana di una pecora pronta al parto. Sul fondo, annerito anch’esso, l’immagine di Santu Liggiu (Sant’Eligio), protettore degli animali. Un bicchiere smaltato con l’orlo blu e il manico blu anch’esso era lì per ogni evenienza, un gomitolo di ferro filato e uno di spago.

Lo stipo, gli stipi per tenere pronti all’uso gli oggetti che scandivano le ore del giorno nelle diverse attività, contenitori senza pretese di passato e di storie.

Wilma Vedruccio

23/settembre/2015

 

 

 

QUALE BAMBOLOTTO SMARRITO

Quale bambolotto smarrito che la marea ci riporta indietro, il bimbo spiaggiato, con quelle suole in primo piano quasi nuove. Non ha fatto in tempo a consumarle, breve il suo cammino nelle strade della vita.

Il mare non lo ha sciupato, ha avuto rispetto di un cucciolo d’uomo ed il soldato lo ha raccolto dalla battigia, con l’attenzione e la tenerezza riservata ai bimbi appena nati, che ti sfuggono di mano.

Ed è sfuggito di mano il piccolino, non solo al genitore che ora piange disperato, è sfuggito di mano al mondo intero, che pretenderebbe di contenere l’umanità in recinti, in confini stabiliti da ragioni di stato.

Dicevamo della tenerezza…nascosta in fondo in fondo nell’animo di ciascuno, che fatica a risalire in superficie, per la quantità delle ragioni che la tengono da parte, le tante zavorre che vorrebbero far stare a galla l’ego dell’individuo … ecco un’immagine e la tenerezza risale di colpo in ciascuna persona che voglia guardare.

E si apprezza la tenerezza che ha avuto il mare…integro il piccolo nei suoi vestitini, solo di un pallore che non si vorrebbe mai vedere in un bimbo.

E non è il solo…chissà gli altri…no non vogliamo immaginare l’orrore…fa troppo male.

Wilma Vedruccio

4/settembre/2015