“Le Belle Solitudini” nei quadri di Ezio Sanapo

20150525_190336“Le Belle Solitudini”

Nei quadri di Ezio Sanapo

 

La solitudine esalta e fa belli i personaggi dei quadri di Ezio Sanapo.

Che siano uomini, donne, animali o luoghi, l’alone che li circonda li fa grandi anche fra le folle che si immaginano ma non si vedono mai. Un alone che li avvolge e dà loro intera l’individualità e la dignità che l’autore vuole e sa vestire su di loro come un sarto accorto. E restano soli anche davanti ai visitatori che li guardano.

Vedi la donna alla terrazza, un grande muro visto dal basso la rende intoccabile e sovrana. E sola.

Solo è l’uomo in bicicletta costretto a spingere la sua bici perché la dinamo gli illumini la strada.

Soli sono gli innamorati intenti a ricamare la tela uno all’altro, in solitudine, pur amandosi.

Una grande penombra della sera fa sentire ai margini, isolato, il paesino-frazione laggiù in fondo, che s’intravede solo perché è bianco.

Che dire poi della nera campagna che separa  le luminarie del paese da chi le guarda, pur se non si vede, protagonista solitario fuori dalla tela, fuori dal mondo…forse un pastore…chissà…

Madre e figlia, un tutt’uno, attendono solitarie l’arrivo del treno protese su un binario unico.

In solitudine una donna dal volto indefinito sguscia semi di zucca e s’intende che lo fa da tanto e lo farà per tutta la vita, fin quando ci sarà una grossa zucca gialla da sventrare.

Il casellante, poggiato sull’uscio della stazioncina attende il treno, non un viaggiatore in partenza … nello stesso quadro la moglie, al piano di sopra della stessa stazione, guarda l’orizzonte lontano dove non ci sono treni a portarla, un luogo che mai visiterà. Che emozione stare a guardare questa facciata rosso pompeiano sbiadito, di una stazione in cui non c’è viaggio, dove non c’è incontro né mai ci sarà. E viene in mente l’americano Hopper.

II colori, veniamo ai colori sulla tela. Vicoli dai colori tenui, cipriati, colori “pastello” anche se le tele sono ad olio. Grandi muri che proteggono storie individuali, cieli, sentieri, improbabili da incontrare ormai in questa era d’asfalto … un piacere vederli qui rappresentati, salvati dal pennello del maestro, che agisce come un bravo intonacatore, quasi a rassicurarci che non è tutto perduto, che la bellezza la si può ancora salvare e tramandare al futuro.

Bello il Salento di Ezio Sanapo, belli i suoi protagonisti, dignitosi sempre, sia che vendano fichidindia, sia che raccolgano lumache o che mettano su i pali della festa.

Il raccoglitore d’erbe selvatiche, vestito da città, così intento a cogliere l’ultima erba buona,  cosa ci vuole dire?

Il mio scrivere procede zigzagando fra un quadro e l’altro cercando di carpire l’anima a ciascuno.

Le lumache, “cozze moniceddhre” raccolte nel paniere, cercano ciascuna una via di fuga, un ritorno alla campagna, mentre l’uomo stanco cede al sonno col la testa sul tavolo. Che metafora !

Poi c’è la capra col bel manto bianco di capra, sola a dormire col la testa contro il muro o legata a guardare lontano nel sole,  protetta da un verde ombrello dal sole cocente, verde colore di un’erba ormai secca.

Infine un grande canneto dove si avvia solitaria una giovane donna, quasi a indicare una via … invita a tornare nel mondo reale dove sarà fatica quotidiana conservare la propria identità, la dignità nonostante il chiasso della folla.

Grazie Maestro Ezio Sanapo.

27/maggio/2015                                                                                            Wilma Vedruccio

Si avvia in fretta (dedicato a Vincenza Magnolo)

Screenshot_2015-05-24-04-37-27-1Foto di Angelo Cornacchione / Buenos Aires agosto 2012

Dove se ne va ? Lì dove sono gli angeli, mi dicono, da dove forse era venuta fra noi, pochi anni or sono. E noi ad accoglierla non fummo pronti.

Chi è costei ? Un Angelo si dice in questi casi, bisognerà indagare, cogliere i segni.

Io ? la conoscevo per fama, incontrata per un minuto a due fra tanta gente, non potrei dire.

Andava nel mondo a piedi nudi, non vorrei che ora le avessero messo le scarpe per il cielo.

Li librava al suono del tamburello, levitava a volte su una terra dura e pietrosa.

Poi dava fiato alla sua voce e vibrano i cuori di chi la ascolta, anche ora che è in viaggio non si sa per dove. Una voce che trasporta storie, apre orizzonti mai visti, profondità arcaiche.

Sono cose che accadono a volte, che dalla gola di una ragazza come tante, dai suoi piedi, si affaccino universi dimenticati a cercare spazio d’ascolto nell’oggi, in chi sa ascoltare.

E il sorriso sempre, rivolto a se stessa, agli altri, al mondo, con la malinconia nello sguardo e un improvviso guizzo d’ironia tenuto subito a bada.

Un Angelo dunque, un Angelo che balla, suona l’organetto per dar voce all’anima, e canta.

Canta canzoni antiche che premono dentro lei per farsi udire, modula suoni, a volte strilla, e non è solo canto né sola musica, il suo canto è frutto di una ricerca profonda nell’intimità corale delle genti mediterranee d’ogni tempo.

Una Gioia, una Grazia, una Bellezza spontanee, “doni di natura” si dice.

Ora che non c’è più, appare ogni tanto nel mondo digitale, la sua voce è un incantamento che avvolge i sensi ed imprigiona l’animo in una grande malinconia, lo struggimento di chi ha visto un battito d’ali, qualcosa di dorato nell’aria, accompagnato da musica celeste e non sa dire cos’era, dicesi Angelo nella tradizione popolare.

Ho visto un fremer di spighe dorate questa sera, in questo maggio che se la porta via …

Spero d’incontrare prima o poi le orme dei suoi piedi.

23/maggio/2015                                                                                  Wilma Vedruccio