Inno alle Chiome degli Olivi

Inno alle Chiome degli Olivi

Siano benedette le chiome d’ulivo, sempre in movimento, qualunque vento soffi su questo mare verde del Salento.

Un palpitar continuo, argentato, a volte allegro, altre allarmato, dipende dal vento.

La parte più fragile dell’albero, la più vulnerabile, la più effimera e vivace, pronta a gonfiarsi di nuove speranze per trasmetterle all’infinito orizzonte.

Sensibili alle novità che vengono dal cielo, le chiome dell’olivo, generose, fiduciose, non si risparmiano, non stanno immobili accada quel che accada, piuttosto partecipano coralmente in un fremer che sa di preghiera. Siano esse benedette.

Piangono a volte le chiome, nei giorni senza speranza, immobili sul tronco, piangono tutte le lacrime del cielo.  Mute. Sia benedetto il loro smarrimento.

Soffia il vento da nord? Sono pronte ad assecondare il suo vigore, si agitano per giorni tanto da farsi quasi staccare dai rami, e molte foglie vanno giù inesorabilmente.

Soffia il vento da sud? Siamo in estate ? Son sempre loro a dar vita e ossigeno a un paesaggio soffocato dall’afa che toglie il fiato. Ed è musica il loro fremere, benedette.

Si fermano a volte, stupite, quando il libeccio cala dopo aver imperversato, le foglie girate nella loro pagina d’argento, ferme come a capire il prossimo comando … bello scoprirle nella parte intima che ci mostrano, sorprese da un vento che le ha abbandonate.

Sono asilo per uccelli nella notte, ospitano voli silenziosi di civette, benedette.

Siano benedette le loro strome che scaldano poveri camini, bruciano in fretta, senza ambizioni e riempiono l’aria di un buon profumo che sa di pane. Benedette.

Questa terra, fra due mari, si è inventato uno in terra, un mare verde,  per non soffrire di immobilità, per non soffocare fra la polvere, per allargare l’orizzonte. Benedette.

27/marzo/2015                                                                     Wilma Vedruccio

Le scarpette della Madonna

1970479_378966795577613_865790781_nLe Scarpette della Madonna  *

Un sentiero di terra battuta, delimitato da cespugli di macchia, la linea di demarcazione.

Fra cosa ? fra ciò che era il suo ambiente di vita e … il paradiso.

Di qua tutto ciò che è domestico e familiare, galline, cagnolini, il lavoro del padre, la catasta di legna con tutti i suoi segreti abitanti, il giardino con i frutti di tutti gli alberelli, l’orto con le sue offerte stagionali.

Di là dal sentiero, oltre i macchioni, tutto un mondo da scoprire, un po’ proibito perché fuori dalla protezione familiare.

Lei percorreva quel sentiero piano piano, spiando fra un cespuglio e l’altro, riproponendosi di oltrepassare la siepe, non appena le fosse stato concesso.

Intanto cercava di carpire ogni odore che il vento le portava, ogni fruscio sotto le frasche, ogni nuvola che da lì arrivava. Interrogava l’aria.

Poi il rincorrersi dei cani la distraeva e il richiamo della madre metteva fretta al suo passo.

Prendere la legna per il fuoco serale, raccogliere le uova della giornata dal pagliaio, chiudere il pollaio dopo aver contato le galline, dare un po’ d’acqua ai vasi del terrazzo.

Poi guardava il cielo dove il sole già non c’era più, le nuvole trattenevano i colori del crepuscolo infuocato. Una stella, la solita, la prima, la più brillante, la convinceva che era ormai calata la sera.

I compiti, i racconti, qualche dispetto fra fratelli, qualche gioco … non ci pensava più alla macchia proibita. Le tornava poi nei sogni che il desiderio alimentava.

Un giorno di primavera (s’era fatta grandicella,l’inverno fa crescere più che le altre stagioni) oltrepassò la fitta siepe di lentisco, facendosi qualche graffio, e si trovò così in una radura.

L’erba morbida e vellutata, tempestata da mille occhi colorati di fiori, fiori che non crescono nei campi né lungo la strada, fiori come scarpette gentili, le scarpette della Madonna.

Si mette ginocchioni la bambina, per sentire l’odore di quegli strani fiori, ne coglie alcuni.

Si fa ardita, svolta intorno al macchione di mirto, e si trova in un’altra radura, ancor più ricca di fiorellini, diversi nelle sfumature del colore da quelli di prima, tutti uguali.

Si mette a dialogare con essi, hanno come volti strani, sembra che accennino risposta, altri hanno una espressione sostenuta, come da signore di città, piene di sussiego.

Va così di radura in radura la bambina e il vento gentile ne accompagna la ricerca, i piedi affondano nell’erba di velluto.

Il gracidio delle rane l’accompagna, arriva da quel canale laggiù in fondo, il alto il passo silenzioso di chissà quali uccelli oscura per un momento il sole, e giù pozze cristalline che rispecchiano nuvole e cespugli e dove lei tratto a tratto si specchia.

“ Il tempo si fermava, sai” mi dice mentre racconta, con lo sguardo che rincorre il ricordo, pieno di nostalgia per quei prati di paradiso, ormai perduto, fra la macchia.

E sembra srotolare il ricordo quale tappeto intessuto di “scarpette della Madonna” per stupire me che l’ascolto incantata più che dal racconto, dallo sguardo.

*Nome popolare delle Orchidee selvatiche

Marzo 2015-03-17                                                           Wilma Vedruccio