Cara Amica ti scrivo…

Cara Amica ti scrivo…

Scrivo a te, carissima, vestita così alla buona e così sapientemente svestita.

Erano altri gli scenari che immaginavi quando pensavi all’Italia, vero?

Cosa ti attirava di più? Gli ampi orizzonti sul mare o le città d’arte, affollate di gente, con le vetrine allettanti e colorate?

A cosa tendeva il tuo desiderio, così intenso, che ha mosso i tuoi passi in un cammino d’insidie? Il denaro, certo. La libertà, ti credo. Fortuna cercavi, fortuna e futuro, immagino.

Era così forte il desiderio che ti ha offuscato ogni buonsenso, l’intelligenza di cui non sei priva. Non vedevi più i sentieri di sempre, t’erano venuti a noia affetti ed amicizie della tua breve vita. Cercavi solo una via di fuga, una qualunque via che ti avesse portata qui, in questa Italia sognata.

Ora ci sei in Italia, arrivata con un viaggio di fortuna, tanto lungo e complesso che hai avuto il tempo di provare l’amaro sapore della disillusione  prima ancora d’arrivare … e perdevi i sogni uno alla volta lungo il cammino, quali zavorra che si lascia andare per non annegare.

Ora sei qui e ti è stato assegnato un breve orizzonte di … marciapiede,da percorrere nella notte. Altri scenari non ti sono concessi, altre vie sono irraggiungibili e poi … forse non ti interessano più.

Forse i tuoi occhi sono ora impegnati a cercare, fra il baluginare fastidioso dei fari nella notte, la schiena della valle dove sei cresciuta, le tue orecchie vorrebbero cogliere sciabordii di acque sorgive dove giocavi bambina, rincorri un odore di bosco che più non ricordavi, e poi … nelle pause in cui non sei “produttiva”… cerchi i volti che hai abbandonato, temi di scordarne qualcuno, li conti fra le dita, vero, uno ad uno, ne scandisci i nomi fra te e te e ti senti scaldare …

Batti i piedi sul marciapiede, non immaginavi che l’Italia potesse essere così fredda e piovosa, senza un orizzonte. Se ti sarà possibile, un giorno o l’altro ti accompagnerò a vedere il sole brillare sul mare.

26/febbraio 2014                                                      Wilma Vedruccio

“Ritagli di vento”

{Dedicata a Oreste Caroppo e Mitilo Salentino al loro amore per l’ambiente che ci circonda}

Quercia
Le persone sono come foglie di quercia
Ritagli del vento, attaccate allo stesso ramo
Così diverse nelle loro forme
Da apparire disuguali all’occhio dei molti
Che ingenui continuano a guardare il fogliame
Senza scrutare i rami figli di un unico e solido albero…

Gabriele Marullo

il mio presepe

Il mio presepe, di qualche tempo fa.
Volevo partecipare ad una mostra di presepi presso l’oratorio.
Mi ero prefigurata tutto, ero andata nella macchia a cogliere muschio e licheni, avevo raccolto gusci di lumaca, resi bianco-calcare dal tempo trascorso senza che nessuno più li abitasse. Fatto un mazzolino di rametti di macchia, quasi tutto mirto, sì mortella per chi ancora trova estranea la parola.
Poi il ritrovamento magico, due tre fiorellini su un rametto d’erica sfiorita !!!
Lo preparai in un sol fiato, fino a notte fonda.
Un angolo di madreselva, dentro un vassoio di alluminio per forno 
Una radura fra cespuglietti di macchia, con una lunga fila di bianche chioccioline che andavano verso…un bimbetto che un artigiano della cartapesta, alla fiera di santa Lucia, aveva avvolto in un lenzuolino bianco perché dormisse.
Dormiva infatti, tutto solo, fra i cespugli, e un Angelo di porcellana con le ali di piuma bianca, appeso al rametto fiorito, vegliava il sonno di questo bimbo verso cui si dirigeva la processione delle bianche lumachine.
Tutto qui il mio presepe, niente pastori, nè l’asino nè il bue, Giuseppe e Maria assenti, i Re Magi chissà dove… ma l’Angelo sorrideva e non lo lasciava solo e l’erica profumava.
Fu accolto con benevolenza il mio presepe “alternativo” anche se lasciava perplessi coloro che si soffermavano ad osservarlo, con un pò di rigore poteva essere considerato un manufatto fuori tema, ma così non fu…ed io non l’ho più scordato.

Un raggio di luce nella cattedrale

Gioca il Bimbo Santo/ con le dita benedicenti/ fatte oro di fucina/ coglie il raggio di luce/ piovuto dalle vetrate/ mentre sorride la Madre/ un sorriso appena accennato/ bonario e divertito/ sul lato destro del viso/ e già non brillano più le dita/ più non sorride Maria/ tornata seria al ruolo di Madre.

lLa luna nel secchio

La luna nel secchio

Aveva sempre sentito parlare di “luna nel pozzo” ma non ci aveva mai fatto caso.
Tirava su il secchio in quella sera di settembre, per dissetare alcune pianticelle dopo la calura.
Si ritrovò così la luna nel secchio !
Era lì tonda, un po’ sbocconcellata, intimidita, galleggiava nell’acqua fresca del secchio come una boccia di legno smarrita.
Era luminosa e cerchi di luce s’ allargavano sulla superficie d’acqua di quel secchio un po’ sornione.
Ristette fermo a pensare sul da farsi.
Voleva prenderla in mano ma temeva di bruciarsi, e se poi gli fosse scivolata dalle mani ? Il terreno intorno era ormai pieno di stoppie, poteva appicciarsi un incendio nell’ortale.
Pensò di metterla in tasca per portarla al suo bambino, ma aveva pantaloni di tela leggera che avrebbero fatto trasparire tanta luce, un po’ si vergognava ad andarsene così con la luna in tasca.
Pensò di rituffare il secchio col suo carico inusuale nel pozzo, ma c’era il pericolo che nel salto la luna si fossse liberata in volo e risalita in cielo, e questo già gli dispiaceva.
Avrebbe fatto ridiscendere il secchio piano piano e, riadagiata nel fondo del pozzo, l’avrebbe lasciata al suo destino.
Ma non se la sentiva…
Era troppo bella, con quella luce intermittente a seconda del movimento dell’acqua. Non c’era vento ma l’acqua non si acquietava come se avesse dentro chissà quale smania.
Gli occhi del nostro “eroe per caso” erano attratti da quel magnetismo di luce lunare.
Pensò di portare il secchio fra gli ultimi filari dei fiori dell’estate, avrebbe fatto cadere piano piano l’acqua, facendo attenzione a non lasciar andare anche la luna.
L’acqua scivolava via come un rivolo di montagna, ma la luna era sempre in pericolo, lì sull’orlo del secchio, bisognava fare piano. Poi…gli sfuggì la luna !
Rotolo’ sotto le piantine della celosia ancora in fiore, poi la vide nei filari dei finocchi per Natale, poi non la vide più…
Si mise a proceder ginocchioni, spiava sotto ogni pianticella, ebbe paura che fosse andata fra le erbe secche, la chiamò così come si chiama un gatto, con fischi di lusinga la chiamò, ma niente.
Chiuse gli occhi che stavano per piangere e sentì il canto dell’assiolo nelle vicinanze.
Riaprì gli occhi e la luna era nel cielo che pareva sorridere.
Wilma Vedruccio

 

 Ciao

La sciarpina di seta

LA SCIARPINA DI SETA

Era compresa nella confezione dell’uovo di Pasqua della perugina.
L’aveva comprato per sua madre così vecchierella che era tornata bambina.
La madre aveva gradito questa novità nell’abbigliamento e la teneva legata tutto il giorno al collo dicendo che le scaldava la parte dolente della cervicale, di cui non soffriva.
Era bella la sciarpa, di un verde primavera, con motivi e decori un po’ orientali. Solida al tatto, seta buona, e morbida come sa esserlo solo la seta.
La seta, questo oggetto di culto, questa discriminante sociale, questa linea di demarcazione fra il vestire puro e semplice e il vestire per il piacere di indossare cose belle.
Aveva desiderato sempre fazzoletti di seta. Si era riproposta di comprarne. Ma da ragazzina non disponeva del denaro necessario e da grande aveva sempre rimandato a quando avrebbe trovato quello giusto.
Non amava quei disegni forti, con teste di cavallo e catene e gagliardetti, una moda per frequentatori di ippodromi, di gente che vuol distinguersi dal volgo.
No, amava i fiori e nel fazzoletto di seta voleva fosse racchiuso un prato, con l’odore dell’erba e dei fiori, con qualche farfalla capace di brevi voli, nello spazio di qualche decimetro quadrato.
Rimandava quindi alla volta buona e progettava di regalare foulard alle migliori amiche.
Poi i cassetti dei negozi non contennero più i foulard di seta, era passata la moda.
Lei non capiva…come può passar di moda il piacere della morbidezza al collo e sulle guance…il piacere della bellezza?
Poi, guardandosi attorno,non veniva di certo confortata, le ragazzine in questi tempi indossano cose scialbe e grigie, niente fiori, niente farfalle, niente seta.
Forse era stato un bene non comprarne, non avrebbero avuto un futuro nella linea ereditaria, sarebbero finiti nelle cianfrusaglie, sviliti, ridotti a panni per la polvere, chissà…
Era stata per tutta la sua vita la linea di demarcazione fra il casual e l’eleganza, fra il necessario e le cose belle. Una specie di “marcatore sociale “.
Lei ci era passata in mezzo, badando al necessario quotidiano e desiderando i foulard di seta.
Ora la seta era ritornata fra i suoi pensieri. Era al collo della madre e aveva una funzione.
Lei avrebbe ereditato la sciarpina, di seta pura, acquistata con l’uovo di Pasqua della perugina.
Wilma Vedruccio
primavera 2014