L’entusiasmo dei colori mi ravvisarono dolcezza di morte- Elio Ria

20151024_151412L’entusiasmo dei colori mi ravvisarono dolcezza di morte Oggi mi sei autunno e me ne compiaccio. Sguazzo fra colori di riflessi che mitigano il ricordo della mia morte d’inverno. Sono di questo fuoco il custode. Come vorrei essere foglia, così bella e attraente, cadere nel vuoto del vento, e per terra condensarmi felice in altra vita di polvere. L’autunno non mi distrae, mi concede peccati di superbia e speranza di futuro senza torture, mi strazio di colori fragili e profumati. Vorrei disperdermi come questa foglia bella in una storia di poesia che sappia disegnare con il compasso dell’immaginazione un esempio straordinario di bellezza. Muoio, ma suggerisco la mia morte come trasportarmi nell’eternità che non è dei poeti ma degli dèi. In quel cielo di colori di giallo, di verde scolorito, di rosso della fatica, di blu degli innamorati, vivo, vivo bene, ci sono finalmente. Potrò scrivere i pregi della bellezza, sarò sincero, giuro di non mentire natura. Sarò amico degli ultimi, di coloro che mi hanno sorriso e salutato, di coloro che non hanno eloquenza. Sarò tutto in me stesso, non limiterò il mio talento, legherò ad ogni parola il colore, il colore che mi fu dato e non seppi riconoscerlo e che ora mi appartiene, mi dà fiducia, sebbene mi fu nuovamente concesso dalla follia della vita. Ho concordanza fra verbo e nome, aggettivo e sostantivo, ho le parole, quelle che mi mancavano adesso sono nelle mie mani, fra i colori di questa foglia che mi diede vita e morte.

Elio Ria

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Si susseguono casupole in terra di Capitanata

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Storie per gioco fra le scrasce

Screenshot_2015-09-29-12-45-17-1 Foto di Maria Luisa Viva

C’era una volta…una bionda fatina che aveva da attraversare un territorio…pieno di scrasce.
Non aveva paura, era intrepida e fiduciosa, per Lei il mondo era fatto tutto di “creature” sorelle.
Nel mentre andava gentile e sorridente, incontrò la magica pianta che l’avrebbe aiutata ad affrontare i pericoli della vita…

La nostra eroina si incantò a guardarla, la sentiva fraterna (eh sì perché non esiste il corrispettivo femminile di questo aggettivo).
Sfiorò le sue foglie e non si punse, vide i fiori così belli,  così fuori stagione, guardò i frutti da vicino, con sguardo miope anche se miope non era.
Sembravano belli e buoni ma Lei non li assaggiò, rispettosa qual era, li fotografò solamente.
Nel mentre era lì incantata a guardare, una farfalla sfacciata le passò davanti e si andò a posare su un fiorellino là più in alto

La farfalla era proprio sfacciata, entrava con la sua proboscide in ogni piccolo fiore, oppure sostava a lungo sulle more molto mature.
La nostra fatina era meravigliata di tanta intraprendenza, fece un gesto brusco per allontanarla e…

…fece un gesto brusco per allontanarla e si fece un graffio sul dorso della mano. Caddero piccolissime stille di rosso sangue sulle foglie del rovo e la cara amica ebbe un piccolo smarrimento. Le scrasce, che in quel tratto erano proprio fitte, la sostennero e lei si ritrovò avviluppata in esse, quasi fosse scrascia pur ella. Guardava passare sopra di sé le nuvole, erano belle, vaporose come i suoi capelli d’oro che una brezza gentile aveva scompigliato quel tanto da farla sembrare una ragazzina. Le solleticava il naso un getto nuovo di rovo che si dondolava al vento, starnutì e si ritrovò libera dall’abbraccio gentile delle scrasce.
Ebbe fame ora che aveva ripreso vigore, si guardò attorno e vide un grappolo di more mature, grasse e scure, lucide e belle, lavate dalla pioggia del giorno prima. Ne portò alle labbra una, presa piano con sole due dita, ne sentì la dolcezza che un pò urticava la lingua, ne prese ancora una e poi un’altra fino a che il grappolino gliene offriva. Si allontanò contenta con quel buon sapore in bocca e le mani rese scure del dolce succo delle more.

Wilma Vedruccio Settembre 2015

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LO STIPO/ GLI STIPI

Screenshot_2015-09-17-21-39-28-1 FOTO DI LUIGI PAOLO PATI

Ricavato nella parete delle stanze, profondo un mezzo metro circa, lasciato senza cornice, a vista, intonacato a calce. La base poteva essere una chianca di  pietra calcarea. Diviso da uno o più ripiani di tavole incassate ai lati, imbiancate pur esse.

Si riponevano gli oggetti più disparati, a seconda delle stanze in cui stava.

In cucina era lo spazio ideale per tenerci la bottiglia dell’olio insieme a quella del vino e dell’aceto, il formaggio incerato, il barattolo del sale e quello dello zucchero, fungeva da credenza. Dietro, un po’ nascosta, una ciotolina coi candellini, dell’ultima sposa nel paese, per i piccoli di casa.  In un angolo il lume per la sera.

Fra tutti questo oggetti, a volte, era una cartolina o una foto di parenti lontani, certamente l’immaginetta della Madonnina e del Santo protettore. Piegato in un angolo il ventaglio comprato alla fiera di San Rocco. Contro il caldo e contro le mosche.

Nello stipo della stanza più importante, erano disposte in bella mostra le tazzulelle di caffè con il piattino, i bicchieri di vetro e i bicchierini per il rosolio. Erano decorati finemente, potevano addirittura venire da Murano, dono di un viaggio lontano, fatto in chissà più quali circostanze.

Fra essi prendevano posto le foto, il matrimonio dei genitori, la comunione della bambina,  le foto dei figli militari… Era incorniciato, a volte, da una fascia di pizzo fatto all’uncinetto o al telaio.

Nello stipo della camera da letto potevi avere delle sorprese, trovava posto la bottiglia dello sciroppo e le pastiglie contro il maldicenti, lo scatolino di latta con la siringa per le iniezioni,  il libretto delle preghiere, nero con una croce dorata sulla copertina, ma anche altri libri, vari nell’argomento, una finestra sul mondo che rimaneva lontano. C’era poi, un po’ discosta, la scatola con i ricordini e qualche castigato gioiello. Ricordini ? A ogni famiglia i suoi, i fiori di seta dell’acconciatura di nozze, la croce al merito del soldato di casa, le lettere, poche e preziose legate con un nastrino di raso.

Nello stipo del magazzino era la provvidenza, le capaseddhre, conservavano legumi e frutti secchi. Potevi trovare anche il rosolio o una bottiglia di vino invecchiato, il formaggio invecchiato e duro, duro anche per i topi, da grattugiare a Natale.  C’erano poi i vasetti pieni di semi per il prossimo orto e la provvista del miele in due tre vasetti di vetro.

Infine, nello stipo della stalla, si riponeva la linterna grassa d’olio e col vetro annerito dalla fiammata delle accenzioni della sera. Un coltello, una falce, la forfica per tagliare esuberanze dei peli delle bestie, la coda troppo lunga del cavallo o la lana di una pecora pronta al parto. Sul fondo, annerito anch’esso, l’immagine di Santu Liggiu (Sant’Eligio), protettore degli animali. Un bicchiere smaltato con l’orlo blu e il manico blu anch’esso era lì per ogni evenienza, un gomitolo di ferro filato e uno di spago.

Lo stipo, gli stipi per tenere pronti all’uso gli oggetti che scandivano le ore del giorno nelle diverse attività, contenitori senza pretese di passato e di storie.

Wilma Vedruccio

23/settembre/2015

 

 

 

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QUALE BAMBOLOTTO SMARRITO

Quale bambolotto smarrito che la marea ci riporta indietro, il bimbo spiaggiato, con quelle suole in primo piano quasi nuove. Non ha fatto in tempo a consumarle, breve il suo cammino nelle strade della vita.

Il mare non lo ha sciupato, ha avuto rispetto di un cucciolo d’uomo ed il soldato lo ha raccolto dalla battigia, con l’attenzione e la tenerezza riservata ai bimbi appena nati, che ti sfuggono di mano.

Ed è sfuggito di mano il piccolino, non solo al genitore che ora piange disperato, è sfuggito di mano al mondo intero, che pretenderebbe di contenere l’umanità in recinti, in confini stabiliti da ragioni di stato.

Dicevamo della tenerezza…nascosta in fondo in fondo nell’animo di ciascuno, che fatica a risalire in superficie, per la quantità delle ragioni che la tengono da parte, le tante zavorre che vorrebbero far stare a galla l’ego dell’individuo … ecco un’immagine e la tenerezza risale di colpo in ciascuna persona che voglia guardare.

E si apprezza la tenerezza che ha avuto il mare…integro il piccolo nei suoi vestitini, solo di un pallore che non si vorrebbe mai vedere in un bimbo.

E non è il solo…chissà gli altri…no non vogliamo immaginare l’orrore…fa troppo male.

Wilma Vedruccio

4/settembre/2015

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Taranta nera e lu rusciu te lu mare

Fin dalla prima nota dal profondo sale qualcosa che era sedimentata chissà dove e gorgoglia attraverso le voci che si alternano nel canto.

Ma non è tanto il canto e la sua storia, che pure è inciso dentro con questa “fija te lu re” che torna in Spagna, forse perché delusa, forse perché traditrice o tradita, chissà…

E’ piuttosto l’incipit della canzone che trasuda nostalgia dalla gola  sia della brava Cinzia Marzo  che dei cantori africani nella loro lingua incompresa e così familiare.Con “ na sira passai te le patule e ntisi le ranocchiule cantare… ca me pariane lu rusciu te lu mare” che ci rimanda a tempi lontanissimi quando il canto delle rane copriva il rumore del mare e la terra era una palude e il mare l’incognita così difficile da affrontare.

Per tutte le genti del Mediterraneo, per chi resta e per chi parte.

E questo cuore che parte con chi va via, portandosi la palma e si rimane con un fiore in mano e senza più cuore.

Ah questa “fija te lu re” che muove tanta nostalgia d’antico, questo gracidar di rane più forte del rumore del mare e le genti da una parte e dall’altra che voglion partire ma restano nella palude oppure partono per mare e si portano via il cuore di coloro che non partiranno.

Ma allora…questa storia, questo canto, così incomprensibili…in salentino e nella lingua Masai…allora è forse una storia di oggi che si ripete e si ripete ogni notte, sì ogni notte , perché ogni notte il gracidio delle rane copre il rumore del mare, dove hanno preso il viaggio tanti figli di re e regine del mondo, e vanno verso una fantomatica Spagna, miraggio d’agognato benessere, dove altre paludi ed altro gracidar di rane attendono i viaggiatori.

Così lentamente capisco l’emozione che mi provoca questo brano, nelle voci che trasudano nostalgia e orgoglio delle origini di Baba Sissoko, Mamani Keita e nella dolcezza ribelle degli Officina Zoè, canto che insegue i fasti di una nobiltà lontana che si è portata via ricchezza e cuore.

Ogni nota di musicista diventa stilla di nostalgia nel riascolto di un brano felice e riuscito se l’intento era condividere, mettere insieme orizzonti e speranze, memoria scordata e sangue, Salento e Africa,  Mediterraneo e Spagna, sponde in cui si mescolano voci di rane che paiono…lu rusciu te lu mare.

Wilma Vedruccio

1/ Maggio / 2014

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RODA MIRISTICA’

20150827_094554-1Dare un nome a una rosa… che scommessa oziosa !

Subito si pensa a una donna e allora ecco “ la Signura” . Carla, Marlene, Dea, Regina…

Oppure è il colore che ti ispira ed abbiamo “Semplicemente Orange”, El Narangja, Rosarancio, Arancia di primavera, Arancio Fondente, Essenza del Tramonto.

Poi vengono similitudini e metafore…”Bocciolo di Sole”, Raggio di Sole, Rosa Viva, Abbraccio di Velluto, Solarità, Amore, Luce, Poesia, Tenerezza e Tenacia.

Si guarda infine alle qualità della stessa rosa, al suo tempo di fioritura, e allora avremo “Tea”, Settembrina, Stupenda, Meraviglia della Natura, Semplicemente delicata, Raggiante alfine.

Impossibile la scelta del nome…mettiamo tutte le proposte insieme, in un caleodoscopio di parole, un Grazie agli Amici delle Scrasce che amano giocare  e …”Roda Miristicà” ci piace cantare.

Wilma Vedruccio

28/agosto/2015

 

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Fu da questo punto che vide il mare la prima volta il pastorello

Screenshot_2015-08-24-17-11-03Foto di Claire Carlotti

Fu da questo punto che vide il mare la prima volta il pastorello.

Era svezzato da poco, non il più piccolo dei fratelli ma sveglio, sgambettava dietro il gregge con cipiglio, dava un bell’aiuto  nel condurre il gregge al pascolo.

Fu così che si era ritrovato a ridosso della Torre, era salito svelto svelto, saltellando fra un sasso e l’altro, cercando d’anticipare quelle caprette scapestrate  che erano attratte dall’erba sullo strapiombo.

Impegnato nel suo compito non si era reso conto dello scenario che di là si apriva, fino a che alzò lo sguardo… Meraviglia !!!

Gli occhi gli si fecero piccini piccini ed aprì la bocca per lo stupore, era come se il  mare mordesse la terra… fu un momento solo, poi riaccompagnò gli animali al gregge, senza più gridare o lanciar pietre ma con lo stupore negli occhi e una certa confusione nel cuore.

Ora che lo aveva visto desiderava rivederlo ancora, faceva lunghi giri per ritrovare il mare, chiedeva al pastore di ritornare dove erano stati quella volta…ma non osava dire, era il grande segreto che si portava dentro andando dietro al gregge.

Era sempre pronto ad andare, rinunciava ai giochi degli altri fratelli  in masseria, si attaccava alle gambe del pastore e ne anticipava i passi, caracollava avanti e indietro a tener raccolte le pecore, a non smarrire le agnelle, con l’occhio sempre attento a guardare l’orizzonte.

Accadde di ripassar da quelle parti in un giorno di tramontana forte, il piccolo pastore fece di corsa la salita, precipitavano sassi al suo passaggio, non ascoltava i richiami a tornare indietro.

Ansimante era ormai sotto la torre, alzò lo sguardo … ed ebbe paura! Il mare era come la bocca schiumosa del cane di casa quando qualcuno arriva, minacciosa. Non una, mille bocche minacciose che abbaiavano, era come se volessero mangiarsi quelle rocce.

Si fece coraggio e si avvicinò allo strapiombo. Schizzi d’acqua salivano al cielo, si respirava un forte odore di salamastro, il vento se lo voleva portare via… ebbe tanta paura e tornò indietro di corsa, saltando fra una spina di cardo e l’altra, graffiandosi le gambette  nude.

Fu rimproverato quella volta, per essersi allontanato tanto. Gli fece bene il rimprovero, poteva così tenere nascosti dentro di sé il disinganno e la paura che il mare gli aveva procurato, così come a lungo aveva covato il desiderio.

Da quella volta fare il pastore fu per lui solo un compito.

Wilma Vedruccio

24/agosto/2015

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I panni stesi in terrazza

Da Facebook dove è stata scritta in diretta e pubblicata “a puntate”

I panni che si agitano sulle terrazze… sono vivi di vita loro, raccontano le storie a cui hanno involontariamente partecipato, chi con più vivacità chi meno.
I pedulini soprattutto ne hanno cose da dire… e intanto si scrollano da dosso gli ultimi granelli di sabbia, proprio gli ultimi ormai, e sono pronti a nuove avventure.
Dicevamo dei panni sulle terrazze che in un giorno di vento chiaro godono di ampi orizzonti di libertà che non avrebbero mai sperato quando erano impegnati nel loro compito.
Prendiamo le lenzuola, costrette ad assorbire tutto il sudore in questa estate così calda e a partecipare a sogni non proprio ossigenanti ma da vicoli scuri, underground come in certi film metropolitani. Ora sono li che con schiocchi sonori si scrollano di paure e di incubi altrui.
E le federe ad esse coordinate, che si ubriacano d’aria, si gonfiano come piccole mongolfiere e non prendono il volo solo perché non vogliono fare torto alle mollette gentili che a stento le trattengono.
Se non ci fossero le terrazze ad ossigenare il bucato,  i panni asciugherebbero lo stesso ma… non avrebbero l’opportunità di rigenerarsi, di disfarsi della noia della vita di tutti giorni.
Prendi una sottana chiara con un po’ di merletti…quando la vai a ritirare sulla “loggia” la trovi sconvolta, arrotolata al filo, con una spallina un po’ stracciata… ma non sa più come sia successo, ha scordato come è andata…forse è stato il vento che ha esagerato un po’ … non ricordo più ma mi è piaciuto rincorrer con lo sguardo le nuvole di oggi, bianche come neve. Basteranno due punti con ago e filo e tornerà nuova e profumata di bucato.
Oltre all’acqua del bucato il vento si porta via le pesantezze della vita.
Qualcuno ha scordato di raccogliere la biancheria dal terrazzo ed è ormai calata la notte.
Anche il vento è calato e le nuvole bianche all’orizzonte più non si vedono.
I panni se ne stanno buoni, mosci mosci, il vento più non li ubriaca di vento. L’umidità della notte ne intride i tessuti e li fa propri.
Ciascun di essi riconsidera il suo compito nella vita, c’è chi è nuovo di fabbrica e a voce alta fa progetti, c’è chi è ormai liso dall’uso e dagli anni, ascolta e tace…tutt’al più fa un colpetto di tela a commento.
Le stelle riempiono gli spazi del sonno che ormai ha intriso pedulini e lenzuola e brilla nella notte sul filo solo un luccichino, solitario, sulla cuffia di un bimbetto.
A domani

Ora che è giorno si risveglia la biancheria dimenticata, si scrolla i sogni lasciandosi muovere allegramente dal vento dell’oggi.
L’asciugamano, pesante di umidità notturna, non vede l’ora di asciugarsi, un po’ gli spiace che per oggi non ha potuto asciugare il seno di donna, il culetto di bimbo, perfino il viso ruvido e schiumoso dell’uomo appena rasato avrebbe avuto piacere di asciugare.
Sì, ora i panni hanno fretta di riprendere il loro compito, ciascuno il suo, farsi sbatacchiare dal vento viene a noia, stare a inseguire le nuvole è bello ma rende eterei e vacui… è tempo di rientrare in casa a fare i lavori.
Buona Giornata

p.s. si riaffacciano i tempi in cui si saliva sulla loggia a stendere pesanti lenzuola di flanella o tessute di lana. Erano necessarie braccia forti per tirarle sul filo a farle asciugare dal vento di tramontana che si era alzato nella notte, il cielo terzo, azzurro invernale e nell’angolo del terrazzo fumava il camino che spandeva odore buono di legna, di sogni e di racconti del vecchio di casa.

Wilma Vedruccio

Agosto 2015-08-23

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I jeans di Americo

Americo  porta i jeans da sempre, fin da quando era giovinotto.

Li preferisce ad altri indumenti anche ora che giovane non lo è più.

Era cresciuto ascoltando Papetti e il suo sassofono, ma questo non centra.

L’America l’aveva vista solo in televisione e sulla carta geografica del liceo.

L’aveva intravista fra pagine on the road, di letteratura di protesta.

Ora  indossa i jeans per tutto il giorno, ci passa sopra la lama del coltellino per ripulirla dopo aver sbucciato un ficodindia o si asciuga le mani dopo aver bevuto a coppitella una sorsata d’acqua fresca che sale su dal pozzo.

Gli pare che quel tessuto rude gli permetta di stare in piedi ancor più dritto di quanto le sue gambe gli permettano e più si fanno unti e duri più gli calzano bene.

Può attraversare indenne grovigli di rami e rovi, senza un graffio né sulla carne né sulla tela, e se si ritrova sulle mani callose piccole stille di rosso sangue o di more, le asciuga con disinvoltura sulla tela dei suoi jeans che le accolgono come fossero fregi d’un prode. Il cane fedelissimo, che sempre gli va dietro, lecca a volte i jeans, non visto. Lo fa per fedele affezione.

Le tasche ! le tasche hanno la loro importanza da non sottovalutare. Tengono ben stretto il portafoglio sulla tasca destra posteriore, a prova di rapina, vi assicuro. Nella tasca sinistra trova posto il coltellino di cui si discuteva prima, non un comune coltello, un serramanico mille usi, sempre pronto alle esigenze in mezzo ai campi. Un piccolo intervento nella polpa di un olivo, il taglio di un rametto secco di rosa, per grattare la terra di un bel fungo appena colto…

Nella tasca profonda a destra c’è il fazzolettone, non può mancare nello stile di vita di Americo. Gi piacerebbe avere quei fazzoletti di una volta inseparabili per i vecchi contadini , blu a pallini bianchi,da tenere in tasca o da mettere sulla nuca sotto il cappello nei giorni di gran caldo… ma non si trovano più, è cambiata non poco la mercanzia sulle bancarelle.

Nella tasca sinistra trova posto il pacchetto di sigarette e i fiammiferi. A sinistra perché sia più difficile ricorrervi istintivamente quando sale la voglia di fumo.

Dunque i jeans… lo accompagnano nelle lunghe camminate nel folto, gli anticipano il segmento di passo, una specie di salvavita senza pretese e poi gli permettono di essere come lui vuole negli incontri del giorno, sta a suo agio sia fra i suoi di casa che con gli estranei che va incontrando per motivi di lavoro o casualmente. Gli danno “l’aria” giusta, guadagnata nel corso della vita

Ma è quando sta sul sedile di pietra a fine della giornata, a guardare il sole che va via, che i jeans gli diventano ancora più fraterni, sono la sua pelle entro cui Americo rivive emozioni, scaccia via rimpianti, trova spazio per ripostare una nuova speranza…e sebben siano duri, sembrano annuire ai suoi pensieri, alle sue emozioni mentre fischietta  un motivo di Papetti. Quando si raffreddano è ora di rientrare. Se ne separa solo a notte, per dare libertà ai sogni più pazzi.

Wilma Vedruccio  23/agosto/2015

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