Le sirene non sanno sospirare

Una sirena ebbe una volta l’opportunità di cambiare natura, una sola volta.

Per giorni in quella fine estate s’era spinta a nuotare fin quasi a toccare la costa, sbirciava in una insenatura e si faceva cullare lì dove l’acqua non ricorda più il fondale e prende il colore del cielo in una bacinella.

Aveva notato un uomo che pescava stando fermo con i piedi a terra mentre buttava in mare l’anima insieme all’amo, gli occhi e il cuore.

Un martin pescatore s’annunciava all’improvviso e rapido attraversava il mare da uno scoglio all’altro, un proiettile d’oro e di smeraldo e la sirena riusciva un istante a scorgerlo appena.

Nuvoloni da ovest salivano nel cielo e la sirena si affrettava a prendere il largo per potersi inabissare. Al largo profili di navi solcavano l’orizzonte.

Un giorno l’insenatura era proprio un porto, un porto per le onde che, superato lo scoglio , s’ammansivano e spegnevano la loro smorfia, un porto per le barche stanche di andare, un porto per piccoli pesci d’argento cacciati da altri pesci argentati anch’essi ma voraci che nel porto coronavano il loro inseguimento.

Sullo scoglio che frantumava le onde, il solito uomo che lanciava l’amo.

La nostra sirena si lasciava cullare, le squame della sua coda già brillavano al sole mentre avida assorbiva l’odore delle alghe.

L’amo era lì che ammiccava a un’altra vita, bastava abboccarlo e strattonare il filo. Forse alla bocca si sarebbe procurata una piccola ferita però quell’uomo l’avrebbe tirata su fuori dall’acqua.

Avrebbe certo visto i fiori nei giardini, avrebbe ascoltato concerti d’organo nelle cattedrali, avrebbe visto giocare nelle piccole piazze i bambini, avrebbe visto il biancore delle nevi finalmente.

Sapeva tutto questo perché nel suo universo, nel fondo dove viveva, arrivavano a volte le anime di naufraghi e raccontavano con rimpianto dei mondi oltre il mare. Lei aveva sempre ascoltato in silenzio le loro storie e anelava a conoscere il mondo fuori dalle acque, come tutte le sirene dei mari d’oggi e di ieri.

Dunque l’amo era lì a pochi colpi di coda da lei, l’uomo era forte, l’avrebbe sollevata, bastava abboccare!

Ma la nostra non si decideva….e se l’amo si fosse conficcato nelle labbra? oh no, non avrebbe sopportato d’esser storpia. E se l’uomo, tiratala su, l’avesse poi bastonata? Non sarebbe sopravvissuta a tanta umiliazione. Forse l’avrebbe tirata su prendendola dai capelli…oh no , no, la sua povera chioma senz’altro si sarebbe rovinata! E poi come avrebbe potuto andare su per la roccia? Lei non aveva piedi e l’uomo l’avrebbe messa in un sacco, tuttalpiù , se era gentile, in una gabbia. No, no, era troppo rischioso.

Eppure l’uomo era bello e forte e lei s’incantava a guardare e stava lì lì per abboccare all’amo.

Un uomo così sicuro sarebbe stato senz’altro gentile, se la gabbia era l’unica soluzione, le avrebbe costruito certo una gabbia ampia con sullo sfondo il mare e decori di conchiglie e stelle marine.

E poi forse aveva una gran vasca nel giardino, con l’acqua del mare e un bel po’ di pesci, una vasca con le piante intorno, con tutte le specie della terra. Che bello! tutto per lei un angolo di mare sulla terra…un sogno!

Bastava abboccare.

Mentre lei era perplessa ed indecisa, divisa fra il desiderio di sempre e la paura, le venne in mente qualcosa che aveva sentito dire da bambina, non un ricordo preciso ma una ben definita paura.

Non le era permesso allontanarsi dal mare, come mai se n’era scordata?

Era la regola principale delle sirene. Non ricordava le conseguenze a cui sarebbe incorsa, lei non ci aveva fatto molta attenzione, era una sirena libera se non ribelle. Però quel divieto le si era impresso forte, non sulle squame ma nel cuore.

Fece un breve guizzo di coda la nostra amica ed era come il sospiro per gli umani (le sirene non sanno sospirare), nuotò due o tre volte intorno  all’amo, diede una sbirciatina all’uomo che se ne stava immobile come una montagna mentre i suoi occhi vagavano nel mare e s’allontanò silenziosa con mille guizzi leggeri della coda fin quando non fu inghiottita dagli abissi.

                                                                                              Wilma Vedruccio

 

 

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