LA PICCOLA LECCASALE

Se ne stava incollata per ore davanti al boccaccio di sale grosso, in cucina.

Quei grani bianchi, scheggiati, erano per lei diamanti grezzi,  che brillavano al sole, iridescenti.

Ne sottraeva a volte una manciata e correva in giardino a fare sciogliere i grani nel catino smaltato di bianco, con l’orlo azzurro come il mare lontano, l’orizzonte del suo piccolo mare dove lei provvedeva a disciogliere il sale. Poi si leccava le dita e il palmo della mano.

Partecipava al disciogliersi del sale nella bacinella, i grani depositati sul fondo resistevano un po’ prima di sciogliersi del tutto e lei intingeva il ditino, creava piccoli vortici d’acqua dove i cristalli di salgemma restituivano i raggi del sole che, quali schegge dorate, ferivano la sensibilità della bambina.

Due tre piccole conchiglie adagiate nella bacinella aiutavano a far viaggi lontani sulla nave della fantasia.

E la manina entrava e usciva dall’acqua divenuta salata e la bimba ogni volta si leccava le dita.

Quando in estate la piccola era portata al mare, la si poteva vedere stesa nell’acqua bassa, a faccia in giù, a leccare acqua salata come un cagnolino assetato beve l’acqua di fonte. Veniva sgridata a volte. Sempre in tempo d’estate aveva assaggiato le gocce del sudore che dalla fronte imperlata scivolavano sulla manina e … meraviglia ! erano anch’esse salate !!

 

Fra i cibi preferiva fette di paneepomodoro per via dei granelli di sale con cui la madre le condiva, faceva attenzione a schiacciarli con i dentini e gustare quell’esplosione di salato che ne veniva in bocca.

A volte la nonna le chiedeva di pestare il sale grosso nel mortaio per fare il sale fino per l’insalata, il pestello conservava l’odore del pepe pestato prima e lei starnutiva, faceva grossi starnuti saporiti  che la divertivano.

Guardava incantata le manciate di sale grosso che la madre metteva sulle forme di formaggio giovane perché potesse invecchiare e quasi entrava anche lei nella pasta di formaggio costretta nella fiscella. Era riuscita a farsi dare il compito di buttare il sale nella pentola piena di siero giallo prima che affiorasse la tenera ricotta, soffice come neve. Le sembrava così di compiere lei quell’evento straordinario della ricotta che  sale in superficie da quel pozzo nero che era il “Caccamu” pieno d’acqua gialla.

Quando poi un rimprovero o un dolore di bimba la facevano piangere un pochino, si consolava  leccando ad una ad una le lacrime che venivano giù sulle sue guance.

Wilma Vedruccio

31/gennaio/2016

 

 

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