La Casa del sale

 

Lei arrivava quasi sempre per prima alla Casa del sale.

Ci si recava tutte le volte che Lui lo voleva.

Si incontravano subito dopo il tramonto, dopo che il sole era sceso giù nel mare, tondo tondo, e  pian piano si andava facendo scuro intorno.

Le piaceva avviarsi lungo quel sentiero, che dopo i giorni di pioggia era tutto pieno di pozzanghere dove lei, con un pizzico di vanità si specchiava,  controllava che le ciocche non fossero troppo scompigliate, che la veste non le cascasse tutta da una parte. La luce del tramonto arrossava l’acqua increspata della pozza e le sue gote diventavano petali di rosa.

Le piaceva respirare i più diversi profumi dei cespugli, che con la pioggia avevano un odore e uno diverso dopo un giorno di sole…in aprile poi ci sarebbe andata a tutte le ore, il ginestrino odorava di.. di.. di paradiso, sì,

il paradiso senz’altro ha odor di ginestrino!

Arrivava silenziosa nell’ora del crepuscolo e si nascondeva dentro quella casa sgangherata. Si metteva dietro una finestrella ad aspettare. Intanto passava in lontananza l’ultimo pescatore, con la canna in spalla e un fischiettio sommesso sulle labbra. S’incantava a guardare il mare che cambiava colore minuto per minuto fino a diventare nero.

Si divertiva a immaginare l’arrivo del suo innamorato, quando lei si sarebbe nascosta dietro a un muro e un altro e ancora uno, prima di farsi catturare. Quei muri erano strani, raccontavano storie, facevano un po’ rabbrividire. Casa del sale era chiamata in paese, e si diceva un po’ questo e un po’ quello sul suo passato, storie di sale, di contrabbandieri, leggende d’amore e di coltelli…brrr sale un po’ di paura, e quelle incrostazioni, quelle pietre sgretolate certo non la facevano passare.

Venere già brillava nel cielo di ponente quando lui arrivava, leggero e silenzioso, saltellando fra i cespugli, scansando le ultime pozzanghere, con le scarpe già fangose e il cuore gonfio di desiderio.

A lei saltava il cuore in gola e le si confondeva la vista, Lui era proprio bello, capelli color della notte e camicia color della luna che verrà.

 Si lasciava cercare, tratteneva il fiato dietro la parete in fondo, poi si spostava quale gatta dietro la porticina sfondata, sulla soglia, fra i gesuini in fiore, acquattata nella notte…

E lì Lui l’afferrava, la faceva roteare in aria quale bimba e poi la spingeva verso il muro e la baciava, la baciava e lei non riusciva a dire, non riusciva quasi  a  respirare. “Bella mia, bella mia, bella mia” andava ripetendo il giovane nella frenesia dell’abbraccio, fino a quando tutto s’era compiuto.

Poi la baciava piano sul collo, le carezzava le anche e lei aveva la schiena  intorpidita, contro quel muro che era rimasto freddo e duro.

Uscivano silenziosi nella notte a respirare l’aria della marina che pizzicava di sale le narici, e s’affrettavano ad andare mano nella mano, prima che la luna fosse troppo alta nel cielo, troppo luminosa per loro, clandestini.

Restavano in silenzio, Lei si girava a tratti a riguardare la Casa del sale, come se avesse dimenticato lì qualcosa… un lembo della veste o una stringa di sandalo o un fermaglio…Lui la trascinava con fermezza e, messa una mano in tasca, tirava fuori una caramella o una conchiglia o un fitulo di ghianda e ridacchiava alla luce della luna. Si separavano alfine, un bacio frettoloso e ognuno per la strada sua.

Una volta Lei non andò alla Casa del sale, così, senza una ragione.

Lui si arrabbiò e le mandò a dire una parola, una sola parola da non udire, da scordare…

Non tornò mai più laggiù, nemmeno al tempo dei ginestrini in fiore.

 22 aprile 2012-04-22                                                      Wilma Vedruccio

 

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