Il Casello della Sud-Est

Un po’ discosto dal centro del paese, dimenticato.

Si anima più volte al giorno al passaggio del trenino che poche volte si ferma a quella stazioncina fuorimano.

Fra un passaggio e l’altro solo il vento fra le foglie del palmizio, lassù in alto, il passaggio di un motocarro contadino dall’ altro lato.

Il casellante passa il suo tempo a mettere in ordine registri dell’azienda e a volte, se il tempo è bello, per prendere una boccata d’aria porta qualche secchiata d’acqua alle piante dell’aiuola, messe lì chissà quando e da chi, prova a rianimare quei cespugli stenti, mai in fiore.

Eppure deve aver vissuto tempi migliori quel casello, almeno nella fase della progettazione, ha una sua dignità  di presenza, sa di avere molti fratelli caselli lungo tutta la rete ferroviaria che, progettata e realizzata con sapienza, apriva, all’ epoca, prospettive  di viaggio su questa vecchia terra. Mette in collegamento la città capoluogo con decine e decine di paesini, collega la zona adriatica con quella ionica e si allunga fino al capo di Leuca, anche se s’interrompe pochi chilometri prima, forse per una improvvisa paura di precipitare in mare.

Si racconta che ha permesso a molti ragazzi dei paesini di frequentare scuole superiori e di prendere un diploma. Ancora adesso al mattino i treni passano pieni di ragazzi che ritornano nel primo pomeriggio alle case loro.

Il treno della sud-est è rimasto vivido nella memoria degli emigranti, che guardando verso i suoi finestrini appannati provavano a mettere ordine nelle emozioni della partenza, ingoiando lacrime di abbandono e trasformandole in speranze per il paese nuovo.

Veder scorrere oliveti e campi incolti con le pietre affioranti, e distese di calendule o papaveri a seconda delle stagioni, e filari di cipressi o di pini che portano a ville spopolate, guardare la bocca spalancata di una caseddhra in mezzo alla tumara, e i muri di pietra a dividere proprietà senza più ricchezza … facilitava il distacco e rapprendeva l’anima a quei sassi, la faceva coagulare come coaugula il latte che sarà formaggio.

Oggi il nostro trenino permette a tanti immigrati di provare ad occupare spazi marginali di mercato nei paesi e paesini disseminati nel Salento, viaggiano silenziosi con i loro borsoni pieni di oggetti da niente, accendini, fermaglietti per i capelli, piccole cose della quotidianità.

Poi scendono in paesini di quattro case più una indecifrabile periferia e ti chiedi cosa ci vanno a fare ma hanno un’aria così seria che vanifica la tua curiosità. Oppure si materializzano in stazione un quarto d’ora prima che arrivi il treno, mangiano un panino o sonnecchiano sulla panchina.

Ecco, sta suonando la campanella, treno in arrivo, rallenta e si ferma, sì, si ferma proprio in quella stazioncella, che sarà ?

Un uomo solitario attraversa svelto le traversine del binario vuoto, vestito con dignità, come un tempo ci si vestiva per un viaggio, scarpe chiare di tela, borsa di tela anch’essa, chiara, cappello in mano, una paglia a tesa larga, guarda l’orologio e svolta a passo svelto l’angolo del casello e non lo vedi più. “Chissà cosa è venuto a fare fra queste quattro anime, certo sarà un forestiero” conclude il casellante, incapace di leggere un miraggio … e torna dentro a chiudere una finestra che sbatte.

Wilma Vedruccio

febbraio 2016

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Una risposta a Il Casello della Sud-Est

  1. Faust scrive:

    Oggi mi pare che li svendano, questi caselli. Nel nostro Sud la ferrovia è stata sempre mportante e tanti posti di lavoro nascono da lì. Ognuno di noi ha un ferroviere in famiglia: mio nonno, per esempio, era capostazione. Viva il treno, mezzo di lettura del mondo per tanti scrittori, viva il casello, dove tra chi passa e chi sta fermo, sono nate tante storie d’amore (ne potre raccontare anche della mia famiglia).

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