SINEAD O’CONNOR in SILENT NIGHT

La voce, o piuttosto il sussurro, è della cantante irlandese, il suono viene dalle profondità dell’universo, quale astronave natalizia in cerca di un angolo di pace dove atterrare. Secondo la profezia, secondo la luce della stella cometa.

Il sussurro, dunque. Prepara l’evento, lo descrive, lo racconta, chiama a raccolta tutti i protagonisti, ognuno nel suo ruolo secondo la tradizione, secondo duemila anni di attesa e di racconto. “silent night, holy night…”

“Missis” l’interlocutrice di tale incredibile storia: familiarità femminile, complicità nel raccontare, linguaggio essenziale e condiviso, “holy infant so tender.. sleep in heavenly peace” linguaggio universale d’ogni madre, che sa di silenzio e di lallabay.

I pastori per primi, pieni di stupore, e poi gli angeli, il coro d’angeli singing alleluia nella celeste lontananza, mentre qui all is calm, tutto risplende nella pace celeste.

E si vuole il silenzio perché il bimbo santo “ the Savior”, dorma.

E la voce, calda come fiato di bestia, nei pressi della culla, sommessa, ripercorre la storia, quasi si spegne nello sforzo di essere discreta mentre il fatto eccezionale pizzica di emozione le corde vocali, che vorrebbero urlare al mondo la notizia.

 “Silent night” sì, ma notte stordita da ciò che è accaduto, con un suono che riempie cieli e cuori, a cui non si può sfuggire, che vibra nel gelo e s’insinua in ogni spazio nell’aria, in ogni fenditura sulla terra, in ogni fibra di vivente e di…ascoltatore!!!

 13-01-2011

 Wilma Vedruccio

 

 

 

 

Walking in the air

“Basta sollevare i piedi da terra perché si avveri il sogno” sembrano suggerire le immagini del bellissimo film di animazione The Snowman.

E infatti, non appena presa la rincorsa, superata la legge di gravità…il mondo mostra tutta la sua bellezza, integra e sorprendente, nella gelida notte polare.

La musica incornicia scenari da sogno, li anticipa, li accarezza, li abbandona…nel volo si susseguono meraviglie che la notte riserva ai pochi che hanno osato sfidare…

 Geometrie campestri si vedono dall’alto, villaggi e città che la neve purifica da qualsivoglia bruttura con la complicità della notte, tutto è sereno e promette gioie, la cosa più inquietante è… l’ombra di una balena che gioca a spruzzare e a inabissarsi.

Terre di ghiaccio, distese di ghiaccio, montagne di ghiaccio su cui saettano i fuochi dell’aurora boreale, iridescente visione, sorprendente premio per gli arditi del viaggio.

 Ma se le immagini incantano, catturano gli occhi e fanno sorridere per la loro ingenuità, la musica no, la musica sa andare oltre il gioco della favola, penetra nello scrigno delle emozioni e scioglie iceberg di razionalità e scorre dolce  nelle fibre del corpo, oltre il sogno, anche se si è superata da molto l’età dell’incanto e delle fiabe.

Sa coniugare intimità e orizzonti dell’animo, mentre la voce, infantile e sognante, rimanda a tempi remoti, tempi scordati, tempi originari del mito, quando tutto è possibile, il volo, il sogno, l’avventura, l’incontro con esseri fantastici, tempi in cui sguardi e piedi sanno percorrere i cieli, senza paure, senza lacci, senza inciampi.

 E la nostalgia è miele dolcissimo che scorre dal brano e rapprende l’animo. Oltre la favola.

 

http://www.youtube.com/watch?v=ubeVUnGQOIk

Melodie dell’anima

La grande notizia, annunciata da tempo dai profeti, rimbalzata di bocca in bocca, dopo aver attraversato i continenti sulla scia della cometa, è giunta  fino a lui, il piccolo suonatore di tamburo.

E lui va, corre seguendo la stella, attraversa lande solitarie per visitare il piccolo nuovo Re…ma… non ha niente da dare in dono “to honor him”…

Consapevolezza di pochezza, di povertà, di finitezza,  di inadeguatezza alla gloria che poveramente gli è davanti…

”I am a poor boy too”…

Cosa fare? L’unica cosa che lui sa fare, suonare col suo tamburo per il Re Bambino !

E allora la frase musicale ossessiva che serviva al cantastorie per raccontare, diventa la musica dell’anima del piccolo suonatore di tamburo che cerca l’ispirazione e suona il meglio che sa mentre Mery nodded, vinta dalla stanchezza, cullata dal battito martellante di un animo capace di venerare a newborn King .

Così semplicemente avviene il miracolo, sì, il miracolo…”then Hi smiled at me, me and my drum”.

Semplicemente,con un sorriso di luce, si sono schiuse le porte dell’affettività, della reciproca compassione, della comunicazione, dell’amore.

Pa-rum pum pum pum

 Wilma Vedruccio

 

Parlar di scuola…

Ricevo l’invito a testimoniare del mio lavoro presso la Scuola “elementare”.

L’unico, in oltre quaranta anni di militanza attiva.

Lo accetto, anzi lo afferro  come il naufrago afferra la cima che lo porterà in salvo. Forse.

E sono a disagio a scriver di scuola, per mancanza di esercizio.

In tanto discuter di problemi scolastici, mai nessuno ha voluto sapere il punto di vista di chi nella scuola ha trascorso la vita, nemmeno nelle sedi ufficiali, in quella che dovrebbe esser l’agorà degli operatori scolastici, il collegio dei docenti.

Riforme scolastiche, circolari ministeriali, aggiornamento costante, programmazioni più o meno collegiali, progettazioni a pioggia, non hanno richiesto alla singola maestra interpretazioni ma capacità di obbedire ed eseguire, sì, quasi in maniera acefala.

Eppure, se il ricordo va indietro e sa ricostruire per sommi capi i tanti passaggi di questi decenni, si vede il filo rosso che ha legato negli anni un’era a un’altra ed ha permesso l’azione “educativa” propria. Aldilà delle prescrizioni e delle “mode” e dei cambiamenti da circolare, è stata la realtà degli alunni in classe a dare senso e significato allo scorrere di innumerabili giorni di lezione.

Volti e nomi, oltre ai luoghi, datano la carriera (carriera?) di una insegnante, fanno breccia nella memoria, differenziano un anno scolastico da un altro e ne inchiodano il ricordo.

Situazioni, più o meno problematiche, ritornano vive, episodi di vita scolastica riaffiorano e ravvivano l’emozione.

Primi anni di scuola, Pluriclasse Rurale, dove a tre piccolini bisogna far riconoscere le lettere dell’alfabeto perché possano leggere, mentre per altri son le operazioni matematiche l’ostacolo da superare, ad altri ancora far cogliere lo spirito del Risorgimento nella storia dell’Italia…

Argomenti diversi, diverse esercitazioni ma tutti insieme si mangia pane e pomodoro alla ricreazione, nel giardino della scuola che pian piano proviamo a far fiorire. Due piccoli in età non scolare s’avvicinano a giocare e poi rimangono con noi per imparare a scrivere.

Vengon poi gli anni del Tempo Pieno. Pieni di cosa? Di idee, di gente, di ricerche nel paese e nella sua periferia che ormai non è più lì ma si è spostata oltre. Troppo oltre e troppo in fretta, cancellando i segni di una storia antica in un territorio che più non si riconosce, che non ha più memoria.

In seguito vengon affidate classi per un intero ciclo (dalla prima alla quinta, dicon le nonne ancora) e l’emozione si fa intensa: dialoghi più profondi e significativi, sguardi che interrogano, amicizie che si rafforzano, percorsi difficili di crescita, voli culturali che entusiasmano. Dalla prima alla quinta…

Arrivano esperienze collegiali, il modulo “tre per due”, più gli altri. E comincia un’altra avventura dove l’incognita ha uno spostamento d’asse, la relazione fra gli insegnanti.

La sorte mi ha donato colleghe ricche di fantasia e pazienza con le quali condividere, per oltre dieci anni, alunni, percorsi, problemi, strategie ed emozioni. C’era un’indubbia ricchezza di proposte e di agire. Con convinzione ed affettuosità. Qualche porta sbatteva a volte… Le alunne volavan quali farfalle fra una maestra e l’altra. Gli alunni eran pronti a distinguere, ad argomentare.

Bel segmento di storia, fatto solo da un’alchimia benefica!

Vien poi il tempo della Lingua Straniera…Inglese in sette classi! Rhymes, songs, literature ante litteram fra bambini che si lasciano innamorare da strane parole. Professionalmente molto stimolante. Isola un po’ nel gruppo delle insegnanti…

Le esperienze didattiche più coinvolgenti, che si ricordano con maggiore gioia, sono quelle legate all’Educazione Ambientale (nell’istituto ero la Referente) negli anni in cui sembrava che la stessa guadagnasse dignità e spazio fra una disciplina e l’altra. Progetti condivisi e vissuti dall’Istituto al suo completo, scolaresche brulicanti nei Parchi presenti nel territorio a conoscere, osservare, interrogare… E poi in aula ad approfondire, confrontare, elaborare e socializzare ai grandi.

Era come se il Parco allargasse le sue maglie e donasse ossigeno alla vecchia scuola che, per incanto e grazie alla fantasia dei bambini, si riempiva di presenze vegetali, quale foresta che  animali più disparati popolavano bonari. Altri tempi…

La parte finale della storia si può riassumere nella formula di “insegnante prevalente”. Bella esperienza coi bambini: gli anni della maturità, le esperienze attraversate portano ad affinare l’unitarietà del sapere e la sua bellezza oltre il chiasso e la confusione. Si può stare intorno alla mensa della cultura con gioia già a sei anni e cibarsi, quali uccelletti, d’arte, di musica, di scienza, di poesia. Parole ricche di musica, di poeti quasi scordati, riecheggiano nell’aula fra gli scolari; immagini d’artista, che hanno vinto il tempo, sfidano le copertine dei quaderni con le lusinghe volute dal consumismo; canzoni della tradizione s’insinuano nel repertorio della pubblicità canora.

È una lotta impari: circa quattro ore di scuola contro giornate piene di supermercati e televisione. Sembra sia giunto il tempo dei lupi, l’assedio delle chiacchiere inutili, cresciuto nel mondo dei grandi, inarrestabile quale frana, precipita e travolge la scuola…

E i miei anni sono ormai maturi.

Posso dire di aver avuto fortuna: ho intravisto più volte la bellezza del mio mestiere.

Dicembre 2010                                                                                                             

Wilma Vedruccio