RANDAGIO

 

   Era lì da anni, randagio, maltrattato perché forestiero, non desiderato nel quartiere e poi graziato da un gesto gentile di qualcuno che passava da lì e ne ebbe compassione. Un gesto, solo un gesto d’attenzione nel linguaggio che va dritto al cuore dei randagi.

Ora il cane non lo molla più, lo segue passo passo devoto e gli lecca la mano di soppiatto. E’ rimasto randagio, non ha cambiato posizione, non gli è stato dato un nome né un riparo ufficiale, provvede da solo come prima a riempirsi lo stomaco, a leccarsi via le pulci ed a dormire.

   Ma ora è felice, è qui la differenza.

Non si sente più ignorato, può far affidamento a chi s’interessò a lui quella volta, a chi vide in lui il cane di razza nonostante l’incuria e le ferite, e usò con lui il linguaggio giusto. Sa che se annusa e s’agita prima che arrivi il vento, il suo amico lo capisce e se in una notte di luna lo assale la voglia di ululare, lui ne comprende la ragione e non lo maledice.

La riconoscenza gli affoga il cuore…gli prenderebbe le pantofole ogni momento, caccerebbe via da lui i gatti fastidiosi e starebbe seduto giorno e notte dietro il suo uscio solo per sentirne il fiato, pronto a saltare addosso a ogni ipotetico nemico.

   Colui che ebbe un moto di compassione quella volta a vederlo solitario e maltrattato, ora è stanco di averlo attorno e lo minaccia per provare a mandarlo via e poi gli allunga un boccone, una crosta a volte.

Il cane scodinzola riconoscente e poi gli corre avanti, taglia la strada ai suoi passi, ringhia ad un passante innocente, ansima, sbava, guaisce.

L’uomo si irrita ulteriormente, cambia strada all’improvviso, si nasconde e corre via per seminare il cane, farebbe a meno di tanta fedeltà.

Ma il cane è qui di nuovo che gli trotterella affianco e appena può gli dà una leccatina. Passa ore ed ore aspettando che si apra la porta del suo amico e se il suo amico è partito a sua insaputa, il cane lo attende all’angolo di strada e drizza le orecchie ad ogni arrivo. Anche la notte è sempre in dormiveglia.

   L’uomo pare rassegnato, un po’ per pietà un po’ perché divertito, ma farebbe volentieri a meno di avere quel randagio sempre intorno, non ci fa una gran figura fra gli amici. Gli capita di ritrovarsi ad elaborare stratagemmi per disfarsene per sempre…ma poi apre la porta, guarda il cane che ha già drizzato le orecchie e gli butta ai piedi, un po’ con rabbia, qualcosa di commestibile da mangiare. Si è più volte pentito di aver usato quella volta il linguaggio dei cani. Non lo ha usato più, per scoraggiarlo, per disamorarlo alfine. Il cane se ne è accorto già da un pezzo, ma non gliene fa un rimprovero e spera. Spera che il suo uomo un giorno o l’altro usi ancora le parole belle di allora.

   Ecco che l’uomo e il cane vanno insieme ognuno per il proprio destino…un gesto gentile ha dato la stessa direzione al loro cammino, solamente.

                                                                         Wilma Vedruccio

Storie di stagione

Un’amica mi invitava giorni fa a scrivere una storia… di quelle semplici, salentine, fatte di fichi e di stoffe bianche di lino, chiuse tra i muri freschi delle nostre pietre…di quelle insomma che rinfrescano l’anima!… mi chiedeva…

 Belli gli ingredienti che mi propone, ho pensato…

 fatte di fichi e di stoffe bianche di lino”…

già, i fichi…sono un bel ricordo ma dove andarli a cercare di questi tempi? Le sciardine non ci sono più intorno al paese, gli oliveti non ospitano più alberi di fico e, se il fuoco non li ha già lambiti o del tutto bruciati…. son spogliati dai diserbanti.

Crescono polloni d’albero di fico in ogni angolo dimenticato, dove c’è un pozzo o un ricordo d’acqua, crescono lungo le siepi dei sentieri, lungo le strade ma non si permette loro di maturare frutto alcuno, e poi ci sono intorno tante spazzature che scoraggiano il più ben intenzionato.

No, ai fichi bisogna rinunciare…oppure ci volgiamo indietro nel ricordo, quando si passavano i pomeriggi a passare di ramo in ramo come i gatti, fino a che le mani, appiccicose di miele, perdevano la loro capacità di presa ai tronchi e le labbra bruciavano per la linfa urticante !

 Stoffe di lino bianche? Rimangono ancora in qualche vecchio cassetto, asciugamani o lenzuola della nonna, che qualcuno fa diventare vesti per il mare, più un ricordo letterario, un espediente cinematografico, che vero e proprio capo d’abbigliamento.

Il lino va diventando una parola vuota, nei vasi del balcone sono nate pianticelle di lino, dal fiore azzurrino, bello di bellezza pura, ma è stato un caso, una gradita sorpresa, avevo ripulito la gabbia del canarino…

Sì, solo dai vecchi cassetti della nonna può riaffiorare il lino con il suo delicato biancore, con la trama irregolare, con frange legate filo a filo, con pizzi e decori preziosi…come raccontare le ore e i giorni spesi per tessere e confezionare quel pezzo di tela di lino, quale linguaggio che possa esser condiviso, quale alfabeto per ciò che non c’è più…

No, neppure il lino…per il bisogno di fresco, la viscosa ci verrà in aiuto.

 “chiuse tra i muri freschi delle nostre pietre…”

Sì, crescerebbero storie se si potesse stare al riparo, chiusi… ma non tutti abbiamo ereditato tali freschi muri, né in forma di palazzi né di casupole antiche; per avere in capo il cielo a stella e grandi muri di pietra intorno, bisogna andare in qualche ristorante, masseria ristrutturata per bed and breakfast, luogo di “eventi”… e non sempre possiamo giocare a far i turisti in casa.

Nel mentre un clima africano ci toglie le ultime resistenze.

di quelle insomma che rinfrescano l’anima…”

Basterebbero storie che rinfrescan la pelle in questa estate di fuoco, l’anima troverebbe refrigerio da sé sola se si potesse respirar odor di gelsomini (ecco qui un altro ingrediente per simil storie!) senza il puzzo nauseabondo del camion passato or ora e che non tarderà a ripassare, lo stesso o un suo simile, è uguale.

Basterebbe non veder tramortite le povere piante del giardino, costrette a fiorire perché di stagione ma che vedon sfiorire le loro speranze prima ancora che un insetto le abbia visitate, vittime di questa inclemenza stagionale….

Basterebbe poter raggiungere il mare senza sudare per trovare parcheggio, senza aver litigato per un parcheggio di un’ora solamente.

Altro che storie!

Ringrazio la mia amica per gli spunti che mi offre.

 17 luglio 2012                                           Wilma Vedruccio

di Lucio Toma – breve omaggio

Oggi è morto Toto ( il bombolaro) di Torre dell’Orso. Uno di quei personaggi definiti solitamente ‘storici’ dalle persone. Con l’aria stanca, si trascinava per le strade del paese deserto, con mezzo sigaro in bocca, senza denti. Per me lui, era uno di quelle ‘cose’ che ci sono da sempre, come la torre, la spiaggia, la pineta… La sua presenza appartiene ai miei primi ricordi d’infanzia. Mi ricordo innumerevoli pomeriggi d’inverno, quando non c’era un cane (o meglio c’erano bande di cani randagi), Toto giocava a carte con mio nonno, nel bar e io mi divertivo nel guardarli giocare e mi faceva molto ridere il suo modo di arrabbiarsi e di sbattere sul tavolo ‘i carichi’, con la sua mano priva del mignolo. Mi ricordo una persona dolcissima, presa amabilmente in giro da tutti, poiché era un uomo profondamente amabile. Mio zio Rocco, dotato di straordinario cinismo, lo prendeva sempre di mira e lui molte volte rideva e molte volte si arrabbiava, e mi ricordo con piacere la loro amicizia basata sul ‘dispetto’. Mi ricordo di quando si fermava a guardarmi giocare sulla piazza, chiamandomi Roberto Baggio, ed era convinto che sarei diventato un grande calciatore (molta della mia autostima sul mio modo di giocare credo derivi da lui…). Mi ricordo di come durante i mondiali di calcio andasse in giro col suo vecchio motorino e le bandiere attaccate al carrettino delle bombole, mi ricordo di quando riparammo una vecchia barca nel cortile della sua casa e mi ricordo del bene che gli volevano tutti, manifestato nel modo meno appariscente possibile (spesso mi chiedo invece se questo bene sia meglio dirselo in vita, apertamente, senza tante pudicizie…). Mi ricordo della sua commozione nel sapere che mio padre stesse male, di come mi disse, trattenendo le lacrime, ‘che purtroppo anche alle brave persone succedono cose brutte’. Ecco io ora sento di dire, che la morte, questa cosa misteriosa e brutta è dovuta capitare anche a te Toto, chissà per quale insensato mistero. Per chi lo ha conosciuto, credo mancherà molto la sua figura discreta, dall’aria stanca e introversa, ma pronta subito a regalare a chiunque, un sorriso carico della gioia di essere al mondo, di sentire che intorno hai persone che provano affetto per te, per come sei e per come resti e resterai inciso dentro di loro, nella parte più morbida della loro carne.
 

CON ALI AMMACCATE

Oh mamma mia, sono arrivata fin qua, vengo da lontano, non si sente il fiatone?

Il fremer delle ali volevo dire…Da quando è successo ho volato, ho volato senza mai fermarmi, senza mai voltarmi indietro, non so cosa è stato, ho sentito uno strappo, ahi che male! l’aria mi passava fra le ali, mi pareva di sbatterle a vuoto, di non avanzare di un metro, avevo paura di cadere, di andare indietro…eppure vento non c’era, né tempesta ma solo quel incubo che mi ero lasciato alle spalle, che si è tenuto fra le dita un frammento ( mica poi tanto piccolo…) delle mie ali.

Ora sono qui, non è poi tanto male, questi fiori di fortuna sono una manna, una benedizione, un po’ di miele ma lo vorranno dare, una stilla per piacere, solo una stilla, lasciatemi rianimare un pò, siete così belli! Piccoletti a dire il vero, ma belli soprattutto qui, in questa corona di stami, su state buoni, non vi faccio male, con tutti questi pixel non si può sbagliare, siete la cosa più bella che ho visto in queste ore, uummm siete la cosa più dolce che ho incontrato!

Buoni buoni, datemi il tempo, succhierò da voi tutti il miele se vorrete, poi mi sposto sì, su un altro fiore, dove dici? Su quello rosso? Va bene, poi su quello giallo, come vuoi, non trascurerò il fiore rosa, né quello arancione (anche se non mi pare ancora dolce..), potrei ripassare fra un giorno o due se mi aspettate. Sì, io sono di parola, non è successo mai che venissi meno a una promessa, una promessa fatta ai fiori poi!!

Certo bisogna mettere in conto gli imprevisti, per voi è facile, state sempre qui fermi fermi, basta che vi si dia un poco d’acqua e avete solo il compito di fiorire, sì

il sole ora brucia, bisogna resistere e non seccare…ma per me è un’altra cosa, devo affrontare il mondo e le sue insidie, potrei perdere altri frammenti d’ala, rimanere invischiata in una ragnatela…non si sa mai…

Quando tornerò mi farete deporre un po’ di uova, lì, sotto una vostra fogliolina…non vi daranno fastidio, sono così piccole e discrete, no, ve lo giuro,

vi lasceranno in pace, potrete maturare i semi senza preoccupazione.

Ora vi saluto, devo andare, non so ancora dove, sono appena arrivata, vedremo…mi ricorderò di voi e…grazie tante.

10 agosto 2011-08-10                                             Wilma Vedruccio

OLTRE IL MARE

 Luogo per migratori gli Alimini, toponimo per ogni stagione. Non basta una sola stagione per conoscere ed apprezzare il comprensorio dei Laghi Alimini. Bisogna andare oltre, oltre l’estate.

Bisogna superare la barriera di dune ed avventurarsi fra la macchia, per scoprire l’altra acqua, l’acqua non più tanto salata ma non ancora dolce.

Bisogna superare sbarramenti, chiuse, risalire canali in cui la vegetazione si infittisce quasi a nascondere, a proteggere “lei”, la preziosa acqua dolce delle risorgive di Fontanelle.

I sentieri portano a uno squarcio fra la vegetazione, che permette di vedere il lago, la sua acqua argentea. Si può sentire lo sciabordare dell’onda su una sponda mentre dall’altra riva arriva il nitrito di un cavallo.

Anche le attività turistiche si fanno sommesse intorno a queste rive: canoa, ciclismo, escursioni, equitazione, per godere della bellezza del lago, per dimenticare gli schiamazzi delle zone marine.

Tutto è in movimento ai Laghi Alimini, pronto a mutare, ad assecondare le stagioni, le piogge, le correnti marine, il sale. La vegetazione palustre si alterna alle pinete, i campi coltivati si susseguono ai macchioni, gli oliveti piano sostituiscono i prati e ricoprono i terreni sassosi.

In estate il popolo del mare, in autunno “il popolo migratore” a popolare gli specchi d’acqua per tutta la stagione invernale.

Folaghe, garzette, aironi, cormorani; in primavera uccelletti di taglia minore che qualcuno, con pazienza, provvede a inanellare.

Se il cammino lungo questi sentieri è silenzioso, si può essere ripagati dalla presenza discreta di fauna varia, si può persino avere un incontro ravvicinato con una gallinella d’acqua o con una femmina di volpe, guardinga.

Si è sempre accompagnati da allori, corbezzoli, mirti, filliree, asparagi, odorosi sempre, al di là della stagione.

Lungo queste contrade, benedette e incoraggiate dalla presenza dell’acqua, le essenze della macchia mediterranea si esaltano e crescono più che altrove. Luogo per migratori gli Alimini, toponimo per tutte le stagioni.

                                                                                                           Wilma Vedruccio