Le macro di Rocco

Bastava farci caso, tutto era stato già detto, il mondo lillipuziano ben descritto in un libro del diciasettesimo secolo.

È un’altra la visione del mondo, altro lo sguardo, bisogna adattare gli occhi alle cose minute e minuziose altrimenti vedi il mondo di sempre.
Proviamo a guardarci intorno con occhi nuovi… vedo sassi, rovi, qualche margherita e cespugli, tanti cespugli, vivi seppur bruciacchiati e anneriti dal fuoco.
Rocco no, lui ha già visto la “spiranthes spiralis” che sta per fiorire, piccola, minuta come filo d’erba. Ecco un’altra e un’altra ancora…ed il al massimo vedo cespuglietti di asperula aristata… mi prega di fare attenzione a dove poso i piedi col gambale…
I ciclamini li vedo anch’io, li ho sempre visti sotto la pineta, ma qui fra le bianche pietre, sulla serra, li vedo per la prima volta.
Ma la spiranthes no,  mi rimane proibita, mentre lui pare abbia la mappa delle pianticelle, le conta, le carezza, calcola il tempo per una completa fioritura.
A passo sicuro si aggira un muro a secco ed ecco Rocco intercetta una mantide dove io vedo solo una piantina secca di caccialepre !
La prende con mani sicure, la sposta su uno stelo secco di scilla, ne sollecita le zampine, la sottopone a un fuoco di fila di foto.
Si procede in un prato, una radura fra una selva di pietre,
Margheritine, funghi, chioccioline…ed ecco sotto i miei piedi la spiranthes spiralis che Rocco mi indica con l’indice !
Mi sento tanto come il protagonista dei viaggi di Gulliver,  un senso di straniazione e di inadeguatezza alla situazione.
Sbaglia chi crede che le macro naturalistiche siano frutto di una tecnologia “spietata”.
Prima ancora sono frutto di uno sguardo diverso, che io non ho.
Mi aggrappo con gli occhi di sempre alle rupi che s’affacciano al mare e guardo l’infinito laggiù.
Recupero il fiato perduto con l’aiuto del ritmo delle onde del mare.
Rocco intanto documenta l’escursione restituendo alle piante sulla parete l’identità  e le caratteristiche che ad occhio nudo rimangon nascoste.
Wilma V.
Ottobre 2016
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Bruno, l’artigiano

Gli anni della giovinezza, a fare il bagnino, hanno ora l’alone di leggenda.
Una foto per tutte lo immortala con in braccio un delfino.
Poi vicende varie di una vita, che non conosco.
Ora è lì che intaglia il legno o intreccia un cestino.
La barba lunga e bianca come un fratello conventuale di Padre Pio, del quale è molto devoto, una mole diventata invadente e difficile da governare, una chiacchiera sempre pronta in ogni occasione. Anche se all’occorrenza sa tacere.
Intagliatore di legnetti dicevo, quei legni spiaggiati dalle maree, che la salsedine ha reso bianchi e senza scorie, che vengono da chissà quali terre…trovano asilo presso il suo laboratorio.
Bruno li tiene di sottocchio, li interroga, parla loro, poi dà a ciascuno una identità e un uso, per essere facilitato nella vendita.
Diventano bastoni da passeggio, piccoli scettri da esibire, totem, souvenir di viaggio, oggetti per un arredamento alternativo.
Li tiene esposti presso la marina, turisti curiosi sembrano interessarsene, qualcuno compra qualcosa.
Non diresti più che sono rami spiaggiati dal mare, ora hanno identità inconfondibile.
La sua bancarella è il luogo delle meraviglie, con cestini che pendono appesi, di tutte le misure.
È a sera che puoi vedere l’ordine e il rigore che li tiene assieme.
A sera, quando rimette tutta la merce nel suo furgone, cestino dentro cestino, dal più piccolo, da bambola, al più grande, che ci puoi fare la vendemmia.
E poi legnetti e bastoni, legati insieme, in piedi, come un popolo di santoni.
Tutto trova posto ordinatamente nel furgone, pronto ad essere esposto domattina o in una fiera di paese.
L’aiuto sollecito della sua donna, dedita e silenziosa, rende l’operazione spedita e senza intoppi.
Ora tutto è chiuso all’interno del camion bianco, tutti quei volti severi, chiusi come in una chiesa ortodossa.
Bruno e consorte ritornano verso casa dove li attendono cure domestiche e piccole gioie da nonni.
W. VEDRUCCIO
23/Agosto/2016

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Fantasie di fine stagione

Il vento da nord ha allontanato un po’ di turisti e riaccende fantasie marinare.

Prepotente ti riempie il cuore un’atmosfera di Conrad o di Simenon…

Ed improvvisa ti prende la voglia di una serata in un locale in riva al mare, con bicchieri che tintinnano sui tavoli, forse rhum forse altro che non so…
E racconti, sprazzi di storie di vita, di navigazioni, raccolti fra un brano e l’altro di una musica d’Irlanda.
E l’odore di salsedine che entra prepotente dai finestroni.
E la luce della luna che sorge tardi e mette le distanze fra sé e questo mondo di naufraghi.
E il cielo blu, profondo più  che gli abissi marini, racchiude ciascuno nella sua solitudine esistenziale.
Perciò si è  qui in tanti, in questo locale appena illuminato come una imbarcazione, dove son le incertezze della vita a creare il moto ondoso sotto i piedi, dove le ombre tagliano i volti in ritratti meglio dei pittori, dove la musica allarga gli orizzonti e si avvistano sirene e vascelli fantasma.
È  qui che tu affidi pezzi del tuo animo, frammenti di storia, a chi sta di fronte al tuo tavolo e ti ascolta, perlomeno annuisce al tuo racconto.
E non importa se l’ora si fa tarda, il tuo sogno è  qui, su questa zattera, che si popola di chi non c’è  più, di chi verrà e ancora non conosci.
Bevi piano le ultime gocce nel bicchiere, calde più  che mai, le hai scaldate girando e rigirando il bicchiere nel mentre raccontavi di ciò  che avevi sognato e mai realizzato…e sanno di un rosolio mai bevuto.
Ora ti guardi attorno, qualche turista infreddolito ancora c’è, non c’è più lo sconosciuto a cui hai affidato parte di te nel tuo racconto.
La luna tace e pare voglia dirti che tutto è  come è  sempre stato…
Domani ti toccherà trovar parcheggio, i turisti sono ancora qui a sguazzare nel tuo mare.
W. VEDRUCCIO
22/AGOSTO/2016
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Mirna dalla veste bianca

 

Si era ritrovata lassù in un afoso pomeriggio di prima estate.

Le sale del maniero ampie, scure e accoglienti.

Leggeva ogni cartello museale nonostante una certa miopia, desiderosa di carpire ogni segreto che quel posto aveva conservato.

Era lì davanti e poi non c’era più, smarrita in un sottopassaggio che portava chissà dove. La ritrovavi su un terrazzino appartato che guardava il mare.

Quale farfalla andava, con il sandaletto da mare, con la sua veste bianca.

A vederla in controluce allo sbocco di un cunicolo, la potevi scambiare per un angelo del museo, con l’aureola bionda dei ricci capelli.

Ma angelo non era … anche se “sapeva volare, anche se sapeva andare, quale apparizione, per segreti cieli sul castello delle libertà a contemplar l’azzurro oltre l’azzurro”.

Lo stesso azzurro di quel mare racchiuso nell’ iride dei suoi occhi miopi e che riempie la sua anima inquieta, desiderosa di capire.

Provarono un brivido di vita le sale immusonite, un vento refolo sembrò attraversare gli scuri corridoi, i vecchi gradini si fecero più docili al suo passaggio, si scrostò un tantino la vecchia calce del muro, ed il mare, lì nel lontano orizzonte, parve suggerire una qualche risposta che però  evaporò subitamente sul pavimento solare di quelle terrazze da dove si scrutava il mare.

Il Tricolore pigramente sventolava a un alito di tramontana e dava il suo suggello alle fantasie della donna dalla veste bianca.

Wilma Vedruccio

Giugno 2016-06-20

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Titolo ? Si vedrà…

Seduta a prua stringe al petto il fagottino, come fosse la sua stessa anima, attenta che non le sfugga fra le onde, il mare è tranquillo ma non si sa mai …
Indurite le gambe, fredde le ginocchia, attenta anche a non respirare troppo forte, guarda avanti come una polena, fin dalla partenza, non si è mai voltata indietro, nemmeno quando la costa era ancora visibile, e i bagliori del tramonto ne profilavano i contorni. Non si è mai voltata, mai !
Ha reciso i legami già da più settimane, quando ha preso la decisione di portare via il suo bambino altrove, in un altro mondo con prati verdi dove potrà giocare.
Guarda nella penombra della notte l’orizzonte, cerca nel cielo qualche stella conosciuta e si lecca la salsedine dalle labbra.
Non presta ascolto a ciò che si dice sul barcone, smorzate le voci, qualcuno accenna una nenia antica, un altro canticchia un motivo d’oltre oceano, tutto scivola via con l’onda dietro a poppa. Una bottiglia scura passa fra i presenti, un sorso, solo un sorso, le dicono, fa bene. Lei rifiuta accennando al suo bambino.
Per fortuna che dorme questo figlio, la brezza del mare lo rilassa, si volta leggermente fra le braccia, lei lo stringe a sè ancora di più.
Cosa sarà una volta giunti ? e la vertigine la coglie, annega la sua mente…
Meglio non pensarci per ora, si vedrà, si farà secondo quel che viene, certo non si staccherà mai da quel suo fagotto che palpita, a volte piagnucola, poi succhia avidamente e torna a sorridere e si riaddormenta.
Il ritmo del motore sulle onde la fa assopire … vede il cortiletto dove giocava da bambina, sente un richiamo della madre, vede il padre tornare a passo lento e il cagnolino andargli incontro scodinzolante … un’onda un po’ più forte e torna sveglia.
Teme, teme fin nell’ultimo dei suoi ossicini, teme per suo figlio e si strige al collo la sciarpa che la cinge. E poi torna a sognare … sogna di veder crescere il piccolo in città di pace, sogna di poter lavorare come è scritto nei libri di scuola, sogna…
Sul barcone ora c’è un gran silenzio, il rombo dei motori è ancor più forte, è calato del tutto il vento, e questo è un bene, purchè non ci sia qualche complicazione … allunga piano le gambe e si riaggiusta, le sembra di non averle più tanto è stata immobile. Correrà, oh sìì che correrà una volta giunta nella nuova terra, correrà per la gioia, anzi no, farà i saltelli che faceva da bambina quando andava a scuola … saltelli ritmati che ti par di volare …
Certo, che lei a scuola ci è andata, erano altri tempi … tempi di Dio e degli uomini, non come ora … tempi di sciacalli…
Meglio non pensarci più, noo, non bisogna più pensarci, bisogna portare in salvo il cuore oltre che il bambino.
Avanti a sé, a prua, le sembra di vedere un certo bagliore, dovrebbe albeggiare a breve, l’aria si è fatta più fredda, non si vedono nuove terre e il suo bimbo agita nel sonno le gambine.
Nota dell’autore
– il ripetersi dei … risponde all’esigenza di dare un ritmo alle paure e al moto del mare.
Wilma Vedruccio
4 marzo 2016-03-04

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La voce di Fausta Genziana le Piane

Wilma Vedruccio, Voci per un Presepe

Wilma Vedruccio, Voci per un Presepe

Natale è passato da qualche mese ma non è mai troppo tardi per parlare di Presepe. Un Presepe insolito quello presentato da Wilma Vedruccio nella sua ultima pubblicazione – Voci per un Presepe, Kurumuny, 2015 – in cui ci offre un esempio riuscito di scrittura multimediale. Infatti, il testo, oltre alle belle rievocazioni della Vedrucchio, include le illustrazioni di Marco Musarò e le musiche di Rocco Nigro (il libro ha un CD allegato).
Restituire al Presepe il suo vero senso: è di questo che parla nella prefazione Raffaele Gorgoni. Origini ormai dimenticate, sopraffatti come siamo dal consumismo dilagante: C’era una volta un’idea del mondo e il Natale era uno dei cardini sul quale quell’idea ruotava.
Le voci alle quali allude il titolo sono tante. Sono senz’altro le voci dei protagonisti che Wilma Vedruccio fa parlare uno ad uno: si presentano facendo ritornare il lettore agli inizi della storia del presepe stesso. Perché sono le statuine di protagonisti semplici che hanno la parola: il pastore, l’ortolano, la nutrice, il vagabondo, l’oste, lo Scriba, una giovane, il mercante, un ragazzo e il suo cane, il padre, una donna, uno dei Magi. E tutti sono accumunati dal tema del pellegrinaggio. Ma dove? Dove c’è una luce, un colore, una speranza.
Poi ci sono le voci dei cantanti (tra le quali quella della stessa Vedruccio in Miriam e Melchiorre): anch’esse in coro invocano il bambinello, lo coccolano.
Ma sono soprattutto le voci dei piccoli migranti ai quali è dedicato il testo. Il Presepe, che si richiama ad un evento storicamente avvenuto, con la sua rievocazione, ci fa riflettere sulla nascita di Gesù, sul Suo essersi incarnato per noi, sacrificato per la nostra salvezza, per esaltare l’uguaglianza e per capovolgere le ingiustizie sociali. Quale era e quale può ancora essere quella idea del mondo scomparsa perché il senso del Natale è sparito? Quello dell’accoglienza: la nascita di Gesù ha attirato i semplici e i dotti, i sapienti. Quello della lentezza, della sapienza, della modestia. Perché questo bambino che nasce ma poi sarà sacrificato sulla crocifisso diviene la metafora dei bimbi che scendono dai barconi dopo un viaggio in mare per finire  a morire magari sulla spiaggia.
C’è un filo rosso che unisce parole, immagini e suoni ed è quello dell’attesa, del viaggio, dell’andare e della luce. Leggiamo le belle parole di Wilma: Sono venuto per vedere il perché della gran luce in cielo; il cielo si schiarito (Il pastore); vado insieme agli altri a veder cosa accade (L’ortolano); sono venuta…sono venuta (La nutrice) e ancora e ancora.
Si noti nelle belle immagini come, col naso all’insù, tutti i protagonisti tendono le mani alla luce-guida nell’atto sì di pregare ma anche di offrirsi, abbandonarsi al bambinello e alla speranza.
Infine, nelle belle canzoni accorate e fortemente ritmate – ballabili, quasi danze medievali a tratti –  con accompagnamento di flauto contralto, violoncello, Harmonium e sonagliere, mandolino, fisarmonica – tipico strumento popolare – e tanti altri strumenti. Per esempio: l’invocazione, la preghiera non ascoltate avranno come conseguenza quella di non aspettare più Natale (Bumbinieddhu) oppure quando nacque il Bambino Mai le stelle luccicanti e belle / si videro così: e la più lucente / andò a chiamare i Magi a Oriente; bambino saporito (Quanno nascette Ninno); Sin dall’Oriente partiva la gente (Dormi dormi); Bambinello (…) sei tornato sulla terra (Angheli); Da ogni parte partirono i Re Magi (…) chi andava a piedi chi a cavallo / tutti cantando andavano in allegria; avanti faceva una gran luce (…) Anche la pecorella volle andare / per vedere come stava Gesù  Cristo / il pastorello che la seguiva / suonando il fischietto andava (Strina). In tutte, l’incontro tra l’uomo e Dio e l’inno alla maternità.
Tutte le invocazioni e le preghiere fanno riferimento alla vita di tutti i giorni dei protagonisti, alle loro difficoltà quotidiane – perdite, umiliazioni – ed implicano un tipo di vita caratteristico delle piccole comunità contadine.

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Il Casello della Sud-Est

Un po’ discosto dal centro del paese, dimenticato.

Si anima più volte al giorno al passaggio del trenino che poche volte si ferma a quella stazioncina fuorimano.

Fra un passaggio e l’altro solo il vento fra le foglie del palmizio, lassù in alto, il passaggio di un motocarro contadino dall’ altro lato.

Il casellante passa il suo tempo a mettere in ordine registri dell’azienda e a volte, se il tempo è bello, per prendere una boccata d’aria porta qualche secchiata d’acqua alle piante dell’aiuola, messe lì chissà quando e da chi, prova a rianimare quei cespugli stenti, mai in fiore.

Eppure deve aver vissuto tempi migliori quel casello, almeno nella fase della progettazione, ha una sua dignità  di presenza, sa di avere molti fratelli caselli lungo tutta la rete ferroviaria che, progettata e realizzata con sapienza, apriva, all’ epoca, prospettive  di viaggio su questa vecchia terra. Mette in collegamento la città capoluogo con decine e decine di paesini, collega la zona adriatica con quella ionica e si allunga fino al capo di Leuca, anche se s’interrompe pochi chilometri prima, forse per una improvvisa paura di precipitare in mare.

Si racconta che ha permesso a molti ragazzi dei paesini di frequentare scuole superiori e di prendere un diploma. Ancora adesso al mattino i treni passano pieni di ragazzi che ritornano nel primo pomeriggio alle case loro.

Il treno della sud-est è rimasto vivido nella memoria degli emigranti, che guardando verso i suoi finestrini appannati provavano a mettere ordine nelle emozioni della partenza, ingoiando lacrime di abbandono e trasformandole in speranze per il paese nuovo.

Veder scorrere oliveti e campi incolti con le pietre affioranti, e distese di calendule o papaveri a seconda delle stagioni, e filari di cipressi o di pini che portano a ville spopolate, guardare la bocca spalancata di una caseddhra in mezzo alla tumara, e i muri di pietra a dividere proprietà senza più ricchezza … facilitava il distacco e rapprendeva l’anima a quei sassi, la faceva coagulare come coaugula il latte che sarà formaggio.

Oggi il nostro trenino permette a tanti immigrati di provare ad occupare spazi marginali di mercato nei paesi e paesini disseminati nel Salento, viaggiano silenziosi con i loro borsoni pieni di oggetti da niente, accendini, fermaglietti per i capelli, piccole cose della quotidianità.

Poi scendono in paesini di quattro case più una indecifrabile periferia e ti chiedi cosa ci vanno a fare ma hanno un’aria così seria che vanifica la tua curiosità. Oppure si materializzano in stazione un quarto d’ora prima che arrivi il treno, mangiano un panino o sonnecchiano sulla panchina.

Ecco, sta suonando la campanella, treno in arrivo, rallenta e si ferma, sì, si ferma proprio in quella stazioncella, che sarà ?

Un uomo solitario attraversa svelto le traversine del binario vuoto, vestito con dignità, come un tempo ci si vestiva per un viaggio, scarpe chiare di tela, borsa di tela anch’essa, chiara, cappello in mano, una paglia a tesa larga, guarda l’orologio e svolta a passo svelto l’angolo del casello e non lo vedi più. “Chissà cosa è venuto a fare fra queste quattro anime, certo sarà un forestiero” conclude il casellante, incapace di leggere un miraggio … e torna dentro a chiudere una finestra che sbatte.

Wilma Vedruccio

febbraio 2016

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LETTERINA A WILMA VEDRUCCIO alias Mitilo Salentino

Cara Wilma, ho finito di leggere “La casa del sale”. È come se mi fossi trovato davanti a un autore classico. Una lettura senza intoppi, scorrevole, animata da una sensibilità particolare: quella di dare un’anima a tutti gli esseri viventi, perfino alla cozza. Hai una rara sensibilità con tutto ciò che ricordi, che vedi, che senti. Spesso mi hai fatto commuovere. Ma la commozione non è pianto, ma bellezza. Con le tue storie fantastiche ho trascorso le mie notti insonni: le ho sorseggiate piano piano, come si fa con un bicchiere di vino di alto lignaggio. E quando mi piace un racconto, un romanzo, mi viene sempre la voglia di leggerli ad alta voce. Spesso questa esperienza l’ho fatta con i bambini in biblioteca. “La casa del sale” è uno dei migliori libri che ho letto da pochi anni a questa parte. Voglio dirti grazie con un saluto di cuore

Alfredo Romano

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LA PICCOLA LECCASALE

Se ne stava incollata per ore davanti al boccaccio di sale grosso, in cucina.

Quei grani bianchi, scheggiati, erano per lei diamanti grezzi,  che brillavano al sole, iridescenti.

Ne sottraeva a volte una manciata e correva in giardino a fare sciogliere i grani nel catino smaltato di bianco, con l’orlo azzurro come il mare lontano, l’orizzonte del suo piccolo mare dove lei provvedeva a disciogliere il sale. Poi si leccava le dita e il palmo della mano.

Partecipava al disciogliersi del sale nella bacinella, i grani depositati sul fondo resistevano un po’ prima di sciogliersi del tutto e lei intingeva il ditino, creava piccoli vortici d’acqua dove i cristalli di salgemma restituivano i raggi del sole che, quali schegge dorate, ferivano la sensibilità della bambina.

Due tre piccole conchiglie adagiate nella bacinella aiutavano a far viaggi lontani sulla nave della fantasia.

E la manina entrava e usciva dall’acqua divenuta salata e la bimba ogni volta si leccava le dita.

Quando in estate la piccola era portata al mare, la si poteva vedere stesa nell’acqua bassa, a faccia in giù, a leccare acqua salata come un cagnolino assetato beve l’acqua di fonte. Veniva sgridata a volte. Sempre in tempo d’estate aveva assaggiato le gocce del sudore che dalla fronte imperlata scivolavano sulla manina e … meraviglia ! erano anch’esse salate !!

 

Fra i cibi preferiva fette di paneepomodoro per via dei granelli di sale con cui la madre le condiva, faceva attenzione a schiacciarli con i dentini e gustare quell’esplosione di salato che ne veniva in bocca.

A volte la nonna le chiedeva di pestare il sale grosso nel mortaio per fare il sale fino per l’insalata, il pestello conservava l’odore del pepe pestato prima e lei starnutiva, faceva grossi starnuti saporiti  che la divertivano.

Guardava incantata le manciate di sale grosso che la madre metteva sulle forme di formaggio giovane perché potesse invecchiare e quasi entrava anche lei nella pasta di formaggio costretta nella fiscella. Era riuscita a farsi dare il compito di buttare il sale nella pentola piena di siero giallo prima che affiorasse la tenera ricotta, soffice come neve. Le sembrava così di compiere lei quell’evento straordinario della ricotta che  sale in superficie da quel pozzo nero che era il “Caccamu” pieno d’acqua gialla.

Quando poi un rimprovero o un dolore di bimba la facevano piangere un pochino, si consolava  leccando ad una ad una le lacrime che venivano giù sulle sue guance.

Wilma Vedruccio

31/gennaio/2016

 

 

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Ricevo con gioia

foto di Maria D'albenzio.
Maria D’albenzio

Ho subito amato le “Voci per un Presepe” di Wilma Vedruccio(la nostra carissima Mitilo Salentino) con le musiche di Rocco Nigro.
Sono stata presente a due serate: alla seconda a Martano e alla penultima ad Aradeo.
Come dire ho partecipato: quasi ad una prima ed a una finale.
Due bellissime serate. Ascoltare i racconti delle “Voci per un Presepe” da Wilma, la musica di Rocco, i canti di Rachele e delle Cantatrici di Borgagne, è stato come assaporare la vera essenza del Natale.
Leggendo poi a casa il libro, ho amato le sue Voci. La voce di “Elia, il pastore” che è venuto a vedere la gran luce in cielo, perché le pecore si erano agitate. La voce di “Carmelo, l’ortolano” svegliatosi da uno strano suono. La voce di “Ester, la nutrice” che vuole allattare il figlio di Dio. La voce di”Eliseo, il forestiero” in cerca di bellezze che segue la voce del cuore. La voce di “Amos, l’oste” che spera in qualcosa di nuovo e di bello. La voce dello “Scriba” che non crede nella venuta del Messia, perché non sono maturi i tempi. La voce di “Sara, una giovane” che dona al Bambino una corona dorata, di paglia intrecciata con i raggi di luce della cometa. La voce di “Simeone, il mercante” che incuriosito da tanta gente in giro di notte, va a trovare il “Re dei poveri”. La voce di “Ciruzzo” un piccolo orfano, tirato da Baruc, il suo cane, va a trovare il figlio di Dio e vuole diventare suo amico. La voce di ” Giuseppe,il padre” che non comprende ancora bene i fatti,sapendo bene che è la volontà di Dio. La voce di “Miriam,una donna” che sfinita dalle fatiche, vuole seguire il Signore. La voce di “Melchiorre ,uno dei Magi” che segue la cometa,per non perdere la Bussola, ché insieme ai Fratelli Magi deve portare i doni al Bambino che è nato.
Sono piccoli racconti di poesia che si leggono con gradito piacere, perché scorrevoli, semplici e nello stesso tempo ricchissimi di umanità, la nostra controversa e patetica umanità. Le “Voci per un Presepe” sono tutti i personaggi che arricchiscono da sempre Il Presepe della natività del Signore. Bellissima è la scelta dei canti, cito fra tutti “Quanno nascette Ninno” cantata e suonata magistralmente da Rachele e Rocco.

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